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Infobesity: malati di (troppa) informazione

Sessantaquattro secondi. Questo è il tempo che impieghiamo per recuperare la concentrazione ogni volta che riceviamo una notifica sul nostro smartphone. «È stato calcolato che, in seguito a queste continue interruzioni, si perde circa mezza giornata a settimana di lavoro» dice Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, tra i massimi esperti di dipendenze tecnologiche. Tra queste, l’infobesity, il sovraccarico cognitivo causato dall’abnorme quantità di informazioni da cui siamo continuamente bombardati, e a cui sentiamo il dovere di rispondere. Un flusso ininterrotto di mail, messaggi, avvisi, che ci spinge a fare acquisti più velocemente, prendere decisioni in pochi secondi, controllare continuamente il cellulare, farci restare incollati allo schermo ore e ore, e che soprattutto ci fa lavorare meno e peggio. Basta infatti un cellulare sul tavolo che la comunicazione tra due persone è meno costruttiva, dicono le ricerche, e qualcuno se ne sta accorgendo.

Disconnessi e (più) produttivi

«Sono le aziende per prime a capire che l’eccesso di stimoli a cui siamo sottoposti dai nostri device incide negativamente sulla nostra produttività» continua Lavenia. «Il telefonino acceso durante le riunioni per esempio, ne dilata a dismisura i tempi, tanto che, con l’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, veniamo chiamati a organizzare giornate in cui, sequestrati i cellulari, si aiuta a gestire l’astinenza digitale, con il risultato che le persone fanno in due giorni quello che prima facevano in dieci». E in attesa di una legge che, come in Francia, regolamenti il diritto alla disconnessione, ovvero la possibilità di non rispondere a comunicazioni di lavoro al di fuori dell’orario stabilito, molti gruppi, come Unicredit, Findomestic o Cattolica Assicurazioni, hanno siglato accordi interni per tutelare il tempo libero dei dipendenti troppo spesso invaso da mail, messaggi o whatsapp dei “capi”. D’altra parte, è bene saperlo, il nostro cervello non è fatto per ricevere così tante informazioni in breve tempo. Secondo quanto calcolato dall’università della California, anche esposti a 34 gigabyte di contenuti ogni giorno, possiamo elaborarne al massimo 120 bit al secondo. Il resto è solo affaticamento, tanto che il sovraccarico cognitivo è una delle cause principali di burnout, l’“esaurimento da lavoro”.

Golosi di informazioni

Farsi prendere dall’ansia da prestazione, sentirsi incapaci di controllare e rispondere alle centinaia di notifiche, è quindi ingiustificato: se la nostra mente “non ce la fa”, è prima di tutto per ragioni biologiche. «Per migliaia di anni il cervello si è evoluto in un mondo in cui le informazioni erano scarse, ma estremamente importanti per la sopravvivenza: è così che siamo diventati “informivori”», dice Marco Fasoli, studioso di filosofia della tecnologia e scienze cognitive, tra i responsabili del centro di ricerca Benessere Digitale dell’Università di Milano Bicocca, nonché autore di Il benessere digitale (Il Mulino). «Negli ultimi anni però, la situazione si è invertita e noi, golosi di informazioni, non sappiamo trattenerci. È la stessa cosa successa con zuccheri e grassi: per secoli scarsi e necessari tanto da essere programmati per accaparrarcene il più possibile, e oggi troppi e troppo facilmente disponibili e quindi dannosi per la nostra dieta». Non a caso, c’è chi suggerisce di difendersi dal bombardamento di informazioni nello stesso modo con cui curiamo la nostra alimentazione. Solo l’autolimitazione, magari usando app di monitoraggio o impedendo l’accesso a determinati siti, serverebbe a tenere sotto controllo l’abbuffata. Ma c’è di più, perché quello di cui spesso non ci accorgiamo, è che i primi a servirci piatti ipercalorici a nostra insaputa sono gli chef, le società digitali.

Come pesci rossi

«È lo stesso newsfeed dei social a essere progettato in modo da farci spender più tempo possibile su di essi» spiega Fasoli. «Se leggessimo i post in ordine cronologico e non in maniera casuale, appena visto il contenuto preferito spegneremmo il telefono. Peccato invece che quello che ci interessa è volutamente nascosto tra una miriade di altre informazioni. È come un gioco d’azzardo: si ricerca, si attende, e si spera di essere gratificati. Ovviamente perdiamo sempre, e quindi ci riproviamo, mentre i social vincono». Ma cosa vincono? I dati ce li hanno già, ma la nostra attenzione deve essere conquistata. La moderna corsa all’oro è di fatto una caccia al nostro interesse. E se si pensa che ormai la nostra soglia di attenzione è di otto secondi, più bassa di quella di un pesce rosso, è evidente che la battaglia sarà senza esclusioni di colpi. Ovvero sempre più invasiva e con messaggi sempre più sensazionalistici. I dati dicono però anche che nel mondo gli insoddisfatti digitali crescono, insieme a movimenti come Time To Log Off  dell’imprenditrice Tanya Goodin, in libreria dal 6 giugno con il suo libro-manifesto Digital detox per tutta la famiglia (Gribaudo), mentre gli scienziati che studiano l’Effetto Flynn, ovvero l’aumento del quoziente intellettivo medio nelle generazioni, mandano qualche allarme perché sembra che la tendenza virtuosa dagli anni Duemila si sia ormai invertita. Per riassumere, ci stiamo instupidendo. Nessuna correlazione con il sovraccarico cognitivo è stata ovviamente dimostrata, ma forse, mentre fotografiamo un astice alla catalana invece di mangiarcelo, qualche dubbio sorge.

Nella foto di apertura due immagini tratte dalla campagna di qualche anni fa Musclez votre esprit del francese Influencia.net

Un estratto di questo articolo è stato pubblicato sul settimanale Elle di giugno 2019.

2 Comments

  1. Andrea says

    Per quello che possa importare la mia opinione sono d’accordo. In merito a una soluzione? Davvero non saprei, almeno fino a quando i telefoni si spegneranno da soli

    • In realtà ci sono già delle app (Apple li ha inseriti di default) che limitano l’accesso al telefono e alle app. Quindi se uno decide di non stare sui social più di mezz’ora la giorno, per esempio, può farlo tranquillamente…. 🙂

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