Food
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Internet of food. Che roba è?

[Pubblicato su Sette/CorrieredellaSera del 20 marzo 2015] «L’uomo deve avere il duplice vantaggio di accedere alle delizie della città, alla solidarietà di pensiero e interessi che questa comporta… e nel contempo alla libertà di chi vive nella natura». Chissà se le parole dell’anarchico Elisée Reclus (da Natura e società, Scritti di geografia sovversiva), sono le più indicate per descrivere la mutazione di gusti e costumi che sta intorno al cibo. Sta di fatto che Carlo Ratti, architetto direttore del Senseable City Lab del MIT di Boston, nonché progettista del Future Food District, il “supermercato del futuro” di Expo, le cita per spiegare la connessione tra grande distribuzione, agricoltura urbana e sviluppo sostenibile. «Creare uno spazio per il cibo oggi significa mettere al centro l’informazione sul cibo stesso. Esplorare nuove vie per rendere la catena alimentare più trasparente. Fare in modo che sia il prodotto a raccontare le sue proprietà, il suo tragitto, trasformando l’acquisto in un gesto consapevole». Così, tra colture idroponiche e orti verticali, grandi tavoli e megaschermi, senza scaffali a fare da barriere, potremo conoscere tutto su mele o formaggi semplicemente sfiorandoli. Interagire con altri consumatori e conoscere i produttori.

È la trasposizione, all’interno del supermarket, delle logiche di condivisione di beni e informazioni della sharing economy, dei consumi peer to peer. Non a caso, tra gli attori che stanno modificando lo scenario della food shopping experience ci sono botteghe virtuali: qui anche un giovane produttore di zafferano della Brianza o un piccolo agricoltore degli Appennini trova una vetrina, mentre i clienti, invece di fare un giro in campagna, si fanno recapitare frutta e verdura direttamente a casa. «Cortilia è nata per dare ai produttori locali la possibilità di arrivare al consumatore attraverso il web, come una sorta di Gas (il gruppo di acquisto solidale, ndr) evoluto» dice Marco Porcaro, fondatore del primo mercato agricolo on line. Partito con investimento di qualche decine di migliaia di euro, sono arrivati, un mese fa, a rilanciare con un milione e mezzo. 70 mila iscritti e migliaia di consegne la settimana in pochi mesi, operano a Milano, Varese, Como, Monza, e stanno per sbarcare a Torino, Bologna, Firenze e Roma. «Alla base c’è la ricerca di qualità, ma è la narrazione del prodotto che compensa quella carenza sensoriale, tatto o olfatto, che si ha quando si ordina con un clic».

Eppure, secondo i dati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, nel 2014, anno che ha segnato l’arrivo di eBay Gusto, il grocery è aumentato del 18 per cento. «Gran parte delle innovazioni nel percorso del cibo sono nello shopping» dice Matteo Vignoli, direttore del Food Innovation Program, un programma di formazione internazionale sulle innovazioni della filiera alimentare. «Ancora non sappiamo se ci saranno grandi supermarket o se assisteremo alla nascita di mercati più piccoli “aumentati” dalla tecnologia, ma già oggi locale e globale si stanno incontrando». Foodscovery è per esempio un nuovo sistema di vendita diretta in tutta Europa tra chi fa prodotti di nicchia, laboratori artigianali di specialità e clienti finali; MySmartfood, oltre a comportarsi da intermediario etico tra chi compra e chi produce, mette a disposizione una consulenza di nutrizionisti; e dal 26 al 29 marzo, a Milano, ci sarà anche il primo salone internazionale dedicato alle aziende e startup digitali che stanno rivoluzionando la filiera enogastronomica. Ideato da Marco Gualtieri, già fondatore di TicketOne, Seeds & Chips è una sorta di anticipazione di quello che sarà il cibo a Expo. Lo chiamano “Internet of food” ed è molto di più di quello che vediamo nel piatto.

Nell’immagine, l’opera 99 cent di Andreas Gursky (1999)

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