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Io, che ho conosciuto Primo Levi

Stavo leggendo l’ennesimo post sulla Giorno della Memoria e mi è tornato in mente un episodio della mia testarda gioventù. Primo Levi io l’ho conosciuto davvero, e non è stato uno di quegli incontri organizzati per i tanti studenti e studentesse di uno dei tanti licei. Anche se al liceo io andavo (a Sarzana) e a Torino, in quella casa di cui ricordo solo la grande scala e una stanza dai soffitti altissimi (per me), ampia ma disadorna, luminosissima ma lievemente in disordine, ci andai con la mia professoressa di italiano e latino e la mia compagna Serena. Fu un incontro chiesto con una certa insistenza, anzi, in un certo senso, fu un incontro raccomandato visto che fu solo grazie a certe conoscenze di vicinato di Serena  che riuscimmo a chiedere a Montale (sì, Eugenio) se poteva farci da intermediario e domandare a Levi se aveva il tempo per incontrare due studentesse, le quali da lui, e da lui solo, volevano avere chiarimenti sul libro La Tregua. Ma fu solo, e oggi più che mai ne ho consapevolezza, grazie alla mia giovanile testardaggine e al mio innato istinto alla disobbedienza, se a Torino, quel mattino ci arrivammo da sole, lasciando a casa il resto dei bravi e composti compagni di banco. Se mi guardo con gli occhi che ho adesso, dovevo essere davvero come fumo negli occhi per quei professori che dagli alunni pretendono esclusivamente l’osservanza scrupolosa delle loro dispense. Io, per farla breve, secondo la mia professoressa d’italiano, avevo il brutto vizio di commentare ciò che leggevo, di esplicitarne il significato, quando il mio compito, il mio diligente compito, era invece quello di fare semplici riassunti. Di limitarmi a capire la logica e la sequenza dei fatti. Ed era proprio a causa della mia incapacità (ma si parlò anche di deficit intellettivo) di capire i fatti che poi giungevo a considerazioni e commenti del tutto inappropriati, quando non del tutto avulsi da contesto. E dalla realtà, com’era naturale conseguenza. Il “3” sul tema che aveva come oggetto il libro La Tregua me lo presi per questo: avevo scritto, riporto qui sommariamente, che l’autore, e cioè Primo Levi, avrebbe inteso dire che la sua prigionia nel lager non era del tutto finita. E che esistono lager forse più sottili e sempre in agguato, persino oggi in questo Occidente che noi riteniamo liberato, e che il suo viaggio di ritorno, in fondo, era stato solo una pausa tra un lager e un altro. Una tregua appunto. La mia difficoltà mentale e psicologica nel capire il senso delle cose era evidente alla devota professoressa, ma non a me, e così, presa da quell’orgoglio presuntuoso che solo un sano vigore adolescenziale può dare, decisi che, se davvero io non avevo capito nulla de La tregua, sarebbe stato lui a dovermelo dire di persona. Fu così che, guidata da sfacciataggine e incoscienza, pensai a tutti i modi per organizzare l’incontro. Incontro che di fattoci fu, una mattina di primavera, in barba alla classe silenziosa e alla mia insegnante stessa che, con galanteria mista a dabbenaggine, invitai con una certa soddisfazione (in realtà eravamo minorenni e nessuno ci avrebbe lasciate andare da sole a Torino). Non posso dire di ricordare per filo e per segno l’incontro con Primo Levi. La domanda fatidica su La Tregua fu fatta, ed ebbi la mia soddisfazione, ma era chiaro che, una volta arrivate fin là, il senso della visita era diventato più alto. Certo è che da barricadera quale ero, forse mi sarei aspettata di trovare un rivoluzionario armato e fervente antifascista, e invece incontrai un uomo mite (una mitezza che la mia adolescenza mi trasmise come rassegnazione) che mi faceva vedere le sue mini sculture che traeva dalle sue formule chimiche: ne aveva tante sulla libreria. E non ricordo moltissimo nemmeno della conversazione che deve essere durata circa un’ora: io e Serena sedute su un piccolo divano e lui più vicino alla professoressa che la lezione, invece, se l’era imparata perbenino e colloquiava amabilmente. Certo non aveva voglia di parlare della sua prigionia e non lo fece. Noi tornammo a casa e quell’incontro rimase, ed è rimasto fino ad oggi, in forma privata. Un tesoro di relazione umana e sapere inestimabile disperso e scoraggiato da una professoressa che non sapeva fare il suo mestiere e che alla fine dell’anno, dopo che mi fu affidata un’altra insegnante per evitare che continuasse a insultarmi, fu pregata di allontanarsi dalla cattedra (in realtà fini in una sezione più sfigata di un altro liceo). Quell’anno io ebbi tutti 9 e 10 in pagella tranne due sei in italiano e latino. Sei politici, si disse.

A Primo Levi

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