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Il senso di Joker per le parole

Finalmente l’ho visto. Dopo preview mancate, code demotivanti, rinunce dell’ultimo minuto. E devo anche avvertire che questo è uno scritto pieno zeppo di spoiler che, soprattutto per Joker, non credo si possa riflettere sul film senza il film. Queste righe sono quindi più una chiacchierata con chi il film l’ha visto, o ha intenzione, come la sottoscritta, di tornare vederlo. Uno scambio di impressioni come si fa tra amici e colleghi a caldo, all’uscita della sala. Ho scritto così sul mio gruppo dei fedeli Whatsapp: “Se tornate e andate chiamatemi. Joker è un film dannatamente e meravigliosamente eversivo. Non credo che potrò liberarmene, almeno per un bel po’”. Ed è questa la prima costrizione. La prima camicia di forza. Io sono rimasta lì, fino all’ultimo dei titoli di coda, quando si spegne la voce di Frank Sinatra che canta Send in The Clowns. Sono rimasta lì, un sorriso di una paralisi nevrotica, disegnato con il suo e nostro sangue, e non perché volevo capire, ma perché il caos è in certo senso meraviglioso, è bello, è disruptive, come si direbbe usando la parola del momento, e noi rimaniamo incantati a guardarlo senza nemmeno voler sapere dove ci porterà.

“Pensavo che la mia vita fosse una tragedia e invece era una cazzo di commedia” dice Joker prima di ammazzare la Madre. Non è disperato, non è uno che si autocommisera (come gli ricorda De Niro/Murray, e nessuno mi toglie dalla testa che una delle scene memorabili di De Niro è il sorriso inebetito del finale di C’era una vola in America, che il caos è folle ma non è casuale), non è un cattivo, e non è un folle. È Joker. Per una come me che ha amato sopra ogni cosa il Batman di Christopher Nolan, il più introspettivo, il più demoniaco, questo è un’altra picconata alle certezze con cui sono cresciuta. Che il Bene e il Male fossero due facce della stessa medaglia lo avevamo già imparato, che il Male fosse la versione tragica del Bene pure; ora semplicemente assistiamo al “non senso” dell’uno e dell’altro. All’incapacità di definirli. Ché ci mancano le parole, e persino gli strumenti, per metterli da una parte o da un’altra, per dare loro un’esistenza in questo mondo. E infatti, Joker, lo dice, che nemmeno lui ha l’impressione di esistere. Non lo sa, lui, se esiste davvero.

D’altra parte, viviamo nell’era della post-verità, ormai è noto, e ci siamo abituati a dubitare del senso, o meglio dei sensi, delle parole e delle cose. Eppure qui neanche questo concetto partorito dall’analisi delle menti migliori ci può più consolare, perché qui, appunto, non si tratta nemmeno di post verità, di ammettere che la verità è di secondaria importanza, ma della semplice constatazione che di verità e realtà, primarie secondarie che siano, non ce ne frega più nulla. Siamo oltre. E forse quando ci siamo svegliati questa mattina ce ne siamo resi conto ancora una volta.

Quindi no, mio caro Joker, cari tutti, sperare che “la tua/nostra morte abbia più senso della tua/nostra vita” è un sentimento flebile. È l’ennesima illusione. E forse chi sono gli illusi se non i folli peggiori? Rinchiuso in una stanza bianca, con la camicia di forza, l’assistente sociale infine gli chiede “Cosa c’è di così divertente? Vuoi dirmelo?”. E Joker risponde: “Non lo capiresti”. No, non lo capiremmo, avendo smarrito il senso di noi stessi, avendo perso il coraggio di avere un senso per noi stessi. Che ci vuole coraggio. Per trovare le parole giuste alle cose, per non dire quelle che non c’è bisogno di dire. Così alla fine ce ne rimaniamo lì come il criceto nella ruota immacolata, a scappare da una parte all’altra inseguiti da degli inservienti (vestiti come noi, così poi alla fine non si sa più chi insegue chi, chi è il folle o chi non lo è), ma non prima di aver lasciato sul nostro cammino, un’inquietante striscia di sangue. Ma d’altra parte, That’s Life. E sorridi.

Scritto  pubblicato come articolo sul mio profilo LinkedIn https://www.linkedin.com/pulse/joker-è-puro-caos-e-tutti-quelli-che-fanno-dovrebbero-ravasio/

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