Donne, Storie
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L’8 marzo delle bambine

Articolo pubblicato su LeiWeb il 26 febbraio 2013

Da grande farò l’architetta. E poi la maestra, l’esploratrice, l’avvocata e la casalinga. A ben guardare, i sogni delle bambine ci dicono tutto sulle donne di oggi e di domani. Alessandra Ghimenti, una giovane documentarista toscana, ha trasformato questa intuizione in un lavoro itinerante e autofinanziato nelle scuole elementari italiane. Ha cominciato in una scuola di Altopascio, in provincia di Lucca, poi ha continuato con alunne, e alunni, del centro di Milano, e ora sta lavorando con una scuola in provincia di Brescia. «L’idea di Ma il cielo è sempre più blu… è nata dopo aver letto il libro di Loredana Lipperini Ancora dalla parte delle bambine. Giro classe per classe ponendo domande come: Chi si occuperà dei tuoi bambini? Che differenza c’è tra maschio e femmina? Maschi e femmine possono fare le stesse cose? Sono domande che restituiscono un quadro piuttosto preciso di come stanno crescendo i nostri figli, soprattutto femmine, ma che fotografano anche le forti differenze e resistenze culturali del nostro Paese. Le bambine della scuola milanese per esempio, sembrano essersi liberate dai vecchi stereotipi di donna debole o casalinga, mentre quelle di Altopascio riescono ancora a immaginarsi solo come maestre, parrucchiere, showgirl…». Gli stessi adulti, a onor di cronaca, hanno reagito in modo diverso: disinteressati ad Altopascio, tanto da non ritenere opportuna una proiezione collettiva, e costruttivi a Milano, dove hanno chiesto alla scuola di lavorare sull’educazione di genere. Perché, a 40 anni dal testo di Elena Gianini Belotti, Dalla parte delle bambine, il loro futuro, di donne e persone, è ancora un tema che scotta e che ci può far capire che tipo di mondo stiamo costruendo per tutti, donne e uomini.

L’educazione delle bambine
Se lo dice lo psichiatra dedicato alle problematiche dell’infanzia e dell’adolescenza Gustavo Pietropolli Charmet che far crescere una femmina è molto più divertente, bisognerà pur crederci. «Rispetto solo a pochi decenni fa, il rapporto tra genitori e figlie femmine è profondamente cambiato. Oggi alle bambine vengono offerte le stesse esperienze educative riservate un tempo esclusivamente ai maschi e sono sottoposte a una grande spinta in avanti: se per i loro coetanei non è cambiato quasi nulla, per loro, il mondo è tutto nuovo. Del vecchio stereotipo di femminilità rinunciataria e masochistica di fatto, è rimasto ben poco, siamo semmai passati a un “modello da combattimento” dove, non solo ci sono pari opportunità, ma forse anche qualche opportunità in più sul piano sportivo, sociale, sentimentale o sessuale. Questo si riscontra fin dalla quarta e quinta elementare quando non si parla già più di bambine, ma di giovani femmine. La precocità è un dato importante perché ci dice che, se si esercita meno pressione educativa, etica o valoriale, le ragazzine tendono a imporsi rispondendo con successo a modelli diversi: da quello dell’esaltazione della bellezza a quello da prime della classe, fino, fenomeno recente, a rivendicare il loro potere generativo e diventando madri adolescenti». Ammettiamolo, è difficile diventare donne in questo contesto: tra veline e corpi evanescenti, tra mamme wonder woman e madonne arrampicatrici. E ci piaccia o meno, gli stereotipi di genere, vecchi e nuovi, ma sempre mutuati dalla sottocultura dei media, condizionano ancora la loro crescita e non sempre positivamente. Eppure, aiutare le bambine, e i bambini, a uscire da questi stereotipi, si può. Educare alla differenza, al cambiamento, e perché no, alla felicità, è possibile. «Sono i bambini per primi a sentire il bisogno di capire meglio la loro diversità». A parlare è Barbara Mapelli, docente di Pedagogia delle differenze di genere all’Università degli Studi di Milano Bicocca. «Nel progetto ImPARIaSCUOLA è stato avviato un percorso di riflessione soprattutto con i genitori delle elementari. La scuola italiana, al contrario di Paesi come la Svezia dove la Pedagogia di genere è materia di studio obbligatoria per chi vuole diventare insegnante, non prevede nulla che educhi a diventare donne e uomini consapevoli. È invece diffusa una finta neutralità, una neutralità che in pratica legittima la persistenza di molti stereotipi per altro messi in ridicolo dai bambini stessi, se solo viene data loro la possibilità di farlo. Impariamo a guardare la televisione e la pubblicità con i nostri figli. Impariamo a usare, a casa come a scuola, la doppia desinenza: per loro è un gioco che per altro, si è scoperto, alza pure il livello di attenzione. Il rischio maggiore infatti è quello che le bambine facciano propri falsi modelli di emancipazione o una femminilità esasperata e ridicola». Il rischio è, in definitiva, quello di rinunciare a se stesse per rispondere a icone di eccellenza sotto le quali si rimane inevitabilmente schiacciate.

Ragazze perfette. E cattive
Certo, da bambine, essere precocemente le prime della classe, protagoniste nel gruppo e nello sport, può persino apparire come una liberazione. Una liberazione talvolta sponsorizzata anche da quelle mamme, e nonne, che “non ce l’hanno fatta”. Chi, d’altra parte, più di noi bambine cresciute non sente ancora il bisogno di sentirsi dire Brava! E brave lo siamo davvero se diventiamo noi le eccellenze a scuola (il 38,3 per cento delle ragazze contro il 24,9 dei ragazzi, dati Istat), se siamo le più laureate (il 60 per cento), e quelle con i voti migliori. Peccato che, a parte il problema crescente e pericoloso della feminilizzazione scolastica, le bambine in classe siano anche protagoniste di un fenomeno meno felice: il bullismo e il cyberbullismo. Intervistate dalla Società Italiana di Pediatria, il 22,4 per cento delle femmine a cui è stato chiesto se capitava loro di fare a botte, risponde di sì. E le adolescenti di oggi dimostrano di potersi, e volersi, azzuffare come e meglio, dei loro amici maschi. «La violenza è la risposta a un vuoto educativo», continua Mapelli. «Mancano modelli di genere comprensibili, condivisibili, autentici, mentre c’è un eccesso di modelli non filtrati, non interpretati insieme e non criticati». E mancano gli strumenti, a partire dai giochi e dai libri, per crescere libere. Su questo tema, l’Italia continua a ricevere richiami dalla Comunità Europea, ma l’unico progetto che impegna gli editori a produrre materiali didattici con una maggiore attenzione all’identità di genere risale al 2000 (Polite, Pari Opportunità nei Libri di Testo). Così abbiamo ancora sussidiari che raffigurano la famiglia tradizionale con il bambino impegnato in giochi attivi e la bambina nella lettura: ecco qui il destino di brave alunne. E se già negli anni Settanta il francese Barbapapà era rosa o a Londra, dalla scorsa estate, i grandi magazzini Harrods hanno rinnegato la classica divisione dei giochi per sessi creando una Toy Kingdome semplicemente organizzata per attività e temi, in Italia il rosa che ammanta maghettine, streghette e bambole canterine, trionfa ancora sugli scaffali senza che ci sia una minima riflessione sulle conseguenze educative.

Donne si nasce… e si diventa
Certo è che il compito delle donne di domani, continuerà a non essere facile. Integrare felicemente, godendo di tutte le pari opportunità, l’essere madre, il riconoscimento sociale e professionale, la sensualità, e senza prendere a prestito modelli ormai falliti e infelici è un percorso di crescita difficile per il quale, come sostiene Charmet, la famiglia può ancora però fare moltissimo: «I genitori per primi possono fornire modelli autentici e alternativi alla sottocultura del mass media: la loro stessa vita, da come interpretano la femminilità alla relazione coniugale, vale come testimonianza. L’invito è quello di prendersi una grande responsabilità etica verso se stessi ancor prima che verso i propri figli. Responsabilità come persone, esseri pensanti e capaci di amare, persino il modo in cui stiamo in questo Pianeta va in profondità nella mente dei propri figli molto di più di tanta inutile retorica». Perché crescere, diventare donne e uomini, donne insieme agli uomini, è forse oggi più complesso, ma è ancora la sfida che riserva le maggiori sorprese e, per questo, la più bella.

 

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