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la costruzione di un Paese

Vicino a casa mia stanno per completare la costruzione, in mezzo a un parco, di centinaia di metri cubi di cemento. Ai consigli di zona c’era da sgolarsi per far capire che sarebbe stato uno sfregio alla città tutta, una speculazione edilizia che avrebbe arricchito solo i soliti noti. Ma alla fine c’era chi si sgolava di più, perché voleva una casa vicino per la figlia e il nipote, perché attraverso l’amico dell’amico poteva fare un investimento vantaggioso, perché in fondo lì c’erano dei capannoni e allora meglio un bell’attico vista parco. Certo, ora che il cemento c’è, e anche almeno 500 macchine in più, davanti agli eco-mostri la gente si ferma e si chiede come si possa vivere in questo alveare. Gli stessi abitanti della zona cominciano a lamentarsi perché non riescono più a vendere le loro, di case, quelle comprate in edilizia convenzionate a poche migliaia di lire, quindi svincolate e rivendute a centinaia di migliaia di euro (ognuno specula ciò che può). Questo è un Paese fatto così. Ci si scandalizza del conflitto di interesse e poi ci si sente autorizzati a chiedere, ottenere e sapere, informazioni riservate dal conoscente che ricopre una posizione influente. Ci si lamenta di smog e traffico, e si vota pure verde perché fa tanto sinistra intellettuale, e poi non ci si rassegna a non avere l’auto sotto le nostre morbide terga. Questo è un Paese che ha delegato la responsabilità della sua costruzione (e quindi del suo futuro) al vicino di casa, all’amica o amico impegnato, lei sì, in lotte sociali e volontariato, alla mamma che si prende a carico i problemi della scuola, a chi pulisce i marciapiedi, mantiene boschi e spiagge. Questo è un Paese che inneggia alla disobbedienza civile quando si tratta di mettere in pericolo un arto o la propria vita per un botto di capodanno, ma tollera senza colpo ferire l’umiliazione di dover portare ogni giorno la carta igienica nella scuola pubblica del proprio figlio, fino a dipingerne le aule. Lo so, è questione di cinica sopravvivenza, questa storia la sento ogni giorno. Quando pretendo la ricevuta al ristorante anche dell’amico dell’amico davanti ad altri amici che mi guardano esterrefatti, quando invito l’edicolante sotto casa a smetterla di vendere a prezzo scontato quel quotidiano sportivo che sarebbe con il timbro omaggio ma che qualcuno gli porta sottobanco (e qualcuno lo compra così), quando mi rifiuto di barattare i miei diritti/doveri professionali per un buffetto del capo o uno sconto per una vacanza. Ma io, oramai è noto, ho un brutto carattere. Così, quando incontro i vicini che con il cane si fanno la loro passeggiata del sabato pomeriggio al parco e guardano desolati l’eco-mostro, sorrido, saluto e dico: «Ha una bella vista, non vi pare?». Non è che io mi faccia degli amici, forse. Ma anche questo racconta di come è fatto questo Paese. Che si indigna di fronte a privilegi e familismo e poi, solo per interesse, nega pure se stesso in nome di relazioni e amicizia di convenienza. E si accomoderebbe al tavolo anche a fianco di chi ha stuprato sua figlia, chissà che non si possa ricavarne qualcosa. Certo, parafrasando la meravigliosa canzone di Ivano Fossati, «la costruzione di un Paese non ripaga del dolore, è come un’altare di sabbia in riva al mare», ma il fatto è che, come dicevo al mio amico delle Cinque Terre la notte di Capodanno, che la fuga dalle proprie responsabilità prima o poi si paga. Dove eravate quando si costruivano parcheggi, si lasciavano andare i muretti a secco e le frane verso le calette? Una volta l’orgoglio di possedere un proprio pezzo di terra faceva sentire responsabili della costruzione della propria terra, per anni invece questa responsabilità è stata delegata a uno che, chissà perché, veniva ironicamente chiamato il Faraone. Uno dei tanti che della costruzione di un Paese aveva un’idea tutta personale, ma che è stata possibile, come tutto quello che accade ogni giorno per strada, nei luoghi di lavoro, e nel nostro Parlamento, perché altri stavano a guardare. Aspettando che l’amico o il vicino di casa facesse qualcosa.

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