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La dieta che salva il pianeta

Da dove si comincia a salvare il pianeta? Dalla tavola. Dichiarazioni di lotta ecologista a parte, è questo il messaggio lanciato dai 37 esperti in materia di salute, nutrizione, sostenibilità ambientale, economia, della EAT Lancet Commission, e che qualche settimana fa, sul famoso settimanale scientifico inglese, ha reso noto la Health Planetary Diet. Detta anche Dieta dell’Antropocene, termine che indica l’epoca geologica attuale, è una vera tabella di marcia per l’intera filiera alimentare, dalla produzione al consumo, da qui al 2050, nonché il primo dei documenti che mostreranno come la nostra salute coincida con quella del pianeta. La dieta, di per sé, suona così: diminuire del 50 per cento il consumo di carne rossa, farine raffinate e zucchero, e aumentare quello di frutta, verdura, farine integrali, legumi, semi oleosi e pesce. E poiché le tavole del mondo non sono tutte uguali, ci sono alcune differenze continentali: mentre i nordamericani dovrebbero diminuire dell’84 per cento il consumo di carne, agli europei se ne chiede un taglio di “solo” il 77 per cento, con l’indicazione di mangiare però 15 volte di più noci e semi oleosi. Ce la faremo?

«Sono indicazioni che poco si discostano dalla nota Dieta Mediterranea, ma che in più ci dicono qualcosa sull’eticità del cibo che scegliamo di mangiare. Allevare animali in eccesso, spesso costringendoli a vivere in ambienti angusti e sporchi, alimentati con farine di dubbia qualità, bombardati di ormoni per diventare precocemente macellabili, toglie alle carni i nutrienti preziosi per la nostra salute» dice Valentina Fratoni, biologa e nutrizionista di Firenze. «Lo stesso vale per la raffinazione di zuccheri e farine che ci ha maggiormente esposto a patologie quali diabete, insulino-resistenza, celiachia, tumori e obesità». E attenzione anche quando si parla di verdure, visto che su quelle amidacee è posto un bollino rosso: «Le verdure amidacee come patate, mais e piselli, essendo più zuccherine, concorrono a causare sovrappeso e malattie metaboliche, e inoltre sono molto meno ricche di quelle fibre che sono uno strumento utile alla salute del nostro intestino, capace di mandare un feedback positivo a tutti i nostri organi, cervello compreso», spiega Paola Signorelli, medico specializzato in Scienza dell’Alimentazione e Dietetica di Milano. Niente di rivoluzionario sopra la nostra tavola quindi, ed eppure, questo “normale” regime alimentare garantirebbe oltre 11 milioni di morti in meno l’anno per tumori e malattie croniche, porterebbe le emissioni di gas serra ai livelli richiesti dall’accordo di Parigi, e ridurrebbe la perdita di biodiversità e l’utilizzo in agricoltura di fosforo, acqua e azoto, assicurando per altro l’assunzione di 2500 calorie al giorno.

Un menù ricco che mette sul piatto quotidiano 232 grammi di cereali, 300 di verdure, 200 di frutta, 31 di zucchero aggiunto, 250 di formaggi e latticini, 75 di legumi, mentre a settimana sono concessi pesce e carne (senza superare comunque i 200 e 300 grammi) e uno o due uova. Smetteremo così di consumare le risorse della Terra che ogni anno, come ci indica l’Earth Overshoot Day (nel 2018 il 1 agosto), si esauriscono prima? «La responsabilità comincia dal piatto, per questo è indispensabile intendere la dieta non come restrizione calorica, ma come stile di vita: è quello che ho chiamato Stilmedio, stile di vita medio» dice Andrea Segrè, professore di Politica agraria internazionale e comparata all’Università di Bologna e fondatore di Last Minute Market. «Ma anche l’agricoltura 4.0, con l’impiego delle tecnologie digitali per una produzione sostenibile, è rispettosa della visione ‘One health’, con l’interdipendenza stretta fra i nostri comportamenti quotidiani e la salute del pianeta, attuale e futura. E dobbiamo anche sprecare meno, soprattutto in casa dove – secondo i dati dell’Osservatorio Waste Watcher 2019 – si accumula fra il 60 e il 70 per cento dello spreco complessivo della filiera alimentare».

Lo dobbiamo al pianeta, a noi, e alle future generazioni, la cui salute comincia sempre dal cibo che noi decidiamo di mangiare. «Questa dieta universale è per noi, ma soprattutto per i nostri figli, perché la prevenzione inizia in giovane età. Sarebbe utile capire con analisi specifiche il bisogno soggettivo di ogni nutrimento, ma in generale sappiamo già che avremmo bisogno di 500 mg di Omega3 al giorno, che la quantità massima di carne  è di 300 grammi la settimana… Tutto questo serve a tenere sotto controllo i fenomeni infiammatori, gestire sovrappeso e malattie metaboliche che restano “scritte” nel Dna e quindi trasmissibili», conclude Signorelli. Perché alla fine, a fronte di 820 milioni di persone che non mangiano abbastanza, ce ne sono 2,4 miliardi che sono sovralimentate, che consumano troppo e male. Tutto quello che si chiede, è un giusto equilibrio. Non un grande sforzo per avere un mondo migliore.

Questo è lo scritto integrale di un articolo già pubblicato su Elle nel febbraio 2019

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