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La donna senza nome

Ho letto La donna senza nome (ed. Castelvecchi) di Eugenia Romanelli per curiosità e perché seguo quello che è uno dei pochi blog dedicati alle problematiche LGTB e ai figli di omogenitori in questo Paese. Poi ho scoperto che Eugenia sta facendo con coraggio quello che pochi autori, artisti, intellettuali, fanno: mettere la propria faccia per sensibilizzare su diritti civili che dovrebbero, per civiltà appunto, essere di tutti. Così ho voluto fare una chiacchierata con lei. La riporto di seguito e vi consiglio di leggerla (e di leggere il libro) perché è interessante.

Anche nei tuo romanzi precedente, Vie di fuga e È scritto nel Corpo si parlava di procreazione assistita e della formazione di una famiglia al di là delle convenzioni sociali e legislativi. È un tema che ti sta a cuore?

Diciamo che sempre di più in questi ultimi anni ho deciso di impegnarmi in prima persona per difendere i diritti civili di persone che vengono discriminate in base a scelte e gusti sessuali e anche di bambini che, non avendo il secondo genitore, si trovano ad essere discriminati a loro volta. Cosa che riguarda i diritti umani, non solo di una parte di essere umani che fa altre scelte. il mio impegno civile è la pari di quello di Melania Mazzucco, Maria Sole Tognazzi o Margherita Buy. Il mio è un appello a tutti gli artisti perché trovino le parole per raccontare storie che non sanno essere immaginate da coloro che non conoscono l’argomento.

In La Donna Senza Nome appaiono il desiderio e la necessità di togliersi la maschera, di uscire da questa narrazione standardizzata dei legami sociali, da queste gabbie della consuetudine, per stare liberi nel mondo. Pensi che questi limiti siano direttamente legati alla sofferenza delle singole persone?

Certo che c’è un legame. Ognuno di noi si costruisce la propria identità attraverso un percorso personale, ma un Paese che non ti riconosce,  che non ti dà gli strumenti, persino un riconoscimento giuridico, non crea un contesto per crescere in modo psicologicamente sereno. Così ogni volta devi trovare il modo di raccontare la tua storia, di spiegare, di presentarti… ma non può toccare al singolo individuo di giustificare la sua presenza nel mondo. Nel libro io non parlo esplicitamente infatti dei diritti civili, non faccio questioni normative. La mia volontà era quella di far vivere un’emozione ai lettori, di condividere una storia. Certo, il mio blog sull’omogenitorialità mi tiene aggiornata sugli studi internazionali sul tema, ma è importante raccontare la vita di queste persone.

Anche i legami amorosi, intimi e affettivi dei personaggi de La Donna Senza Nome sono inconsueti. Una figlia con due mamme, un amante che ama anche se sa, o crede, di essere tradito, uno zio e un agente che assolvono le funzioni di padri che non ci sono… Eugenia, che cosa è l’amore per te? E la famiglia?

Ho cercato di raccontare l’amore in modo non ipocrita mettendo in scena situazioni della vita reale. Situazioni che di fatto nelle coppie avvengono, ma che di solito non si raccontano perché nella “fiction familiare” spesso si preferisce raccontare l’idealizzazione dell’amore e non l’amore reale. Ma la sofferenza, la competizione, i tradimenti, i dubbi… tutto questo appartiene alla realtà dell’amore. Quello che vorrei sottolineare è comunque che, nonostante una serie di sentimenti ambivalenti, la positività c’è ed è dirompente. La forza dell’amore sta proprio nel far vincere la parte costruttiva del legame tra le persone. Una forza che vince sui sentimenti negativi che pure esistono sempre, persino tra madre e figlio…

Una delle parole ricorrenti del libro è “Grazie”. Un sentimento di gratitudine che valica anche le difficoltà che incontriamo nei rapporti con gli altri e, cosa ammirevole, persino i torti, le offese che possiamo subire. Quanto è difficile accettare le persone così come sono? Nella loro complessità e debolezze?

L’arte di vivere e l’arte di amare stanno proprio nella capacità di accettare l’altro per come è senza mai smettere di affiancarlo e di stimolarlo per raggiungere i suoi obiettivi. La gratitudine è il sentimento centrale nella vita della protagonista ed è grazie a questo sentimento che fa divampare la creatività e la voglia di vivere. Esser grati a tutti è un enorme potenziale che fa deflagrare la parte migliore di noi.

Come nei romanzi precedenti, il mondo che tu descrivi appare elitario: case disegnate da architetti famosi, gallerie d’arte, champagne dentro il frigo, sigari pregiati. Non credi che si corre il rischio di fare la pericolosa equazione per cui anche “lo stare fuori dalle regole” è una cosa “per pochi”?

L’aspetto patinato dei personaggi ha due funzioni. In primis, senz’altro io racconto un mondo elitario perché di fatto la famiglia omogenitoriale è molto elitaria. Questa è la verità, non possiamo nasconderlo. Tutte le pratiche mediche, i viaggi… costano. E poi ci sono i dati scientifici: quelli che fanno questa scelta sono quasi sempre persone di elevato livello culturale e sociale, che magari hanno alle spalle anche un costoso percorso psicologico. In secondo luogo, si tratta di una scelta narrativa anche un po’ ruffiana, perché io non volevo creare una storia che creasse repulsione. Questo mi ha portate a costruire intorno una ambientazione, non solo molto rassicurante, ma di alta desiderabilità. È un modo anche per lavorare sull’immaginario collettivo e raccontare una certa categoria di persone altamente stereotipata, in un altro modo possibile. Ho voluto creare un’alleanza con il lettore in modo da fargli posare la mente e il cuore su questi temi.

Nel libro si parla più volte del Buddismo di Nichiren Daishonin. C’è una ragione speciale per cui hai voluto inserirlo nella narrazione? Che tipo di valore volevi dare alla storia?

Dagli anni Settanta in poi l’Occidente, appiattito dall’egoismo e dal consumismo, ha sempre chiesto in prestito delle visioni del mondo all’Oriente. Ho scelto il Buddismo, ma potevo scegliere anche un’altra filosofia, perché mi aiutava a spiegare una serie di coincidenze e di misteri tipici delle storie d’amore. Cose che tutti noi abbiamo provato e di cui ci siamo stupiti. Il Buddismo spiega in parte tutti questi fenomeni come spiega il mistero dell’esistenza e del legame che c’è tra di noi esseri viventi. È una filosofia che dà una visone olistica della vita, e che non separa, ma unisce.

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