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La lettura ci salverà

[Pubblicato su Dove ottobre 2015] Quando, nel febbraio di 2013, dalle pagine di Le Monde, Philip Roth profetizzò la riduzione, in trent’anni, dei lettori di vera letteratura in un numero pari a quello degli odierni frequentatori delle poesie in latino, non abbiamo fatto una piega. E pure quando, dai guru dei formati elettronici e della comunicazione online d’Oltreoceano, sono arrivati gli editti apocalittici sulla sparizione del libro di carta, la resistenza è stata poca. Poi, si è scoperto che, dagli Usa, al posto dell’invasione degli ebook (rimasti fermi a poco più del 20 per cento), è arrivata la riscossa delle librerie indipendenti, e che, invece della lettura mordi e fuggi, c’è un nutrito gruppo di persone, distratti millennials compresi, che preferiscono concedersi lunghe letture sfogliando pagina dopo pagina. Questo, per riassumere. Ma, volendo parlare di “cibo per la mente”, e dei diversi modi per procurarsene, un tentativo di non cadere in eccessive semplificazioni va fatto. Maryanne Wolf, per esempio, docente di scienze cognitive alla Tufts University di Boston, internazionalmente nota per aver scritto in Proust e il calamaro (Vita e Pensiero ed.) che l’essere umano non sarebbe nato per leggere, oggi afferma che, dilaniati tra carta e digitale, dovremmo cercare di sviluppare un cervello capace di una doppia lettura (bi-literate reading), e cioè capace di fare una sorta di andata e ritorno tra quella che gli americani chiamano surfing, la lettura su supporti elettronici, e la lettura profonda (deep reading), richiesta da un testo complesso e su carta. Dalla sua parte ci sono dati chiarissimi, con il solo 16 per cento che legge una pagina digitale parola per parola, e la maggioranza che vi si sofferma poco più di un minuto.

«Lo sviluppo della cultura occidentale è sempre stato cumulativo, ma in questi ultimi decenni, si è affermata una linea sostitutiva e, sia giovani che adulti, mostrano una consuetudine sempre meno radicata con linguaggi simbolici come l’alfabeto», dice Benedetto Vertecchi, docente di Pedagogia Sperimentale all’università Roma Tre e presidente del Centro Europeo dell’Educazione. «La conseguenza è che molta parte della nostra attività cerebrale collegata alla comunicazione si è spostata su aspetti più marginali come la figura o l’immagine, con il rischio di perdere il coordinamento intelligente mente e mani, di una concentrazione sempre più flebile, e di una capacità di comprensione del testo in rapida decadenza». Non che non ce ne fossimo accorti. Se non altro perché ricerche come quella dell’università norvegese di Stavanger hanno dimostrato che leggere uno stesso racconto su carta o su Kindle, non ha gli stessi effetti sulla memoria. Mentre lo studio della linguista Naomi Baron dell’American University di Washington, autrice di Words onscreen. The fate of reading in a digital world (Oxford University Press, 2015), oltre a smontare il mito dell’ereader più economico ed ecologico, rivela che sono gli stessi studenti a preferire il libro di carta, consentendo questo di leggere più a lungo, di approfondire meglio, e di confrontare.

Al di là del medium però, digitale o cartaceo, la vera domanda è, come dice Alberto Casadei ordinario di letteratura italiana all’Università di Pisa a autore di testi che indagano sui rapporti tra letteratura, scienze cognitive e Internet, «se sentiamo ancora il bisogno di contenuti complessi. Se sappiamo giustificare la lettura approfondita e non considerarla una perdita di tempo. Se diamo ancora valore al ragionamento, alla capacità di penetrare dietro le quinte, e a un testo che si fa leggere una, due, tre volte, senza cercare la memorabilità immediata». La risposta, non semplice, va forse cercata tra le pieghe di un panorama che, come ricorda Romano Montroni, presidente del Centro per il libro e della lettura, «vede l’Italia tra i primi posti nella produzione di titoli rispetto alla popolazione, nell’organizzazione di festival, e agli ultimi come lettori, insieme a Grecia e Portogallo con un indice di lettura fermo al 41,4 per cento». Ebbene, in questo contesto, qualcosa (eppur) si muove.

All’ultimo Salone Internazionale del Libro di Torino, Alberto Puliafito, Alessandro Diegoli, Andrea Coccia, Andrea Spinelli Barrile e Gabriele Ferraresi, hanno presentato Slow News. «L’idea è quella di offrire contenuti, scritti, audio o video, che non temano di essere troppo lunghi o approfonditi. È un’esperienza diversa dal mordi e fuggi della comunicazione attuale, una valvola di sfogo al flusso continuo di news brevi e tutte uguali» dice Puliafito. In pochi mesi, gli abbonati sostenitori sono diventati 150 (newsletter bisettimanali per due euro al mese, ndr): non molti in termini assoluti, ma sempre di più dell’obiettivo dei cento prefissato entro l’anno. E soprattutto, Slow News è la risposta al bisogno di fruire di contenuti lontani dall’ossessione dello scoop istantaneo sempre più crescente anche in altri Paesi. È il caso del francese RevueXXI, del blasonato The New Yorker, dello storico e rinnovato Granta, e di quel movimento di giornalismo narrativo e letterario che fa capo a laboratori come il Nieman Foundation dell’Università di Harvard. Quasi un tentativo di riempire i vuoti di comunicazione, i buchi di racconto del mondo contemporaneo, lasciati dai media mainstream e, tornando ai libri, dalle grandi case editrici che, volenti o nolenti, sono di fatto legate alle leggi di mercato e dispensatrici di una letteratura sempre più di consumo. Eppure, di nuovo, se si dovesse cercare una ragione al successo delle librerie indipendenti e dei piccoli editori (una crescita del 3,6 per cento nei primi mesi del 2015 dopo ben tredici trimestri negativi, secondo i dati Nielsen per l’Associazione italiana editori), la si troverebbe proprio in quel coraggio di mantenere sugli scaffali proposte editoriali coraggiose, con racconti, saggi e storie che altrimenti non vedrebbero luce. «Nella crisi, i piccoli librai lasciati fuori dalla grande distribuzione sono stati costretti a diversificare, a dare spazio a ciò che non si trova più nelle grandi catene». Chi parla è Manolo Morlacchi che, nel gennaio del 2014, ha creato Booklet: «Più che una distribuzione, è il tentativo di creare una rete diretta tra librai e piccoli editori “semplicemente” accorciando la filiera e presentando a tutte le librerie aderenti le novità di editori indipendenti come Derive Approdi, Agenzia X, Ortica Editrice, Lorusso o Caratteri Mobili. I librai, dal canto loro, hanno recuperato il loro mestiere, e leggono per primi i libri che poi vendono offrendo un servizio che altrove non si trova più».

Elogio della diversità insomma, della lunghezza, della lentezza e di un’ecologia culturale, per usare le parole di Casadei, che lasci posto «alla variabilità di posizioni sulla realtà e sul presente». Nessuno invoca un ritorno al passato. Anzi. È la tecnologia digitale stessa che si mette al servizio della lettura. Così, se Guanda ha da poco pubblicato una speciale edizione ebook con i link su Spotify alle canzoni citate nel nuovo romanzo di Joseph O’Connor Il gruppo, da Santa Cruz, Lisa Quintana, Ceo di Narrative Technologies e lei stessa lettrice compulsiva, ha sviluppato una nuova piattaforma ebook, Lithomobilus (per ora su Apple iOs, per Android dal 2016) per i lettori che volessero aumentare, senza distrarsi dice, la loro esperienza. Come? Aggiungendo nuovi contenuti per esempio, o scegliendo punti di vista diversi e non lineari. A mettere in comunicazione i lettori con le librerie indipendenti di quartiere ci pensa invece Tribook, un servizio on line attivo da pochi mesi per ora a Milano, e che consente di cercare un libro nella libreria più vicina a casa e, volendo, farselo recapitare in bicicletta. «La chiamiamo la lettura a Km Zero», dice la fondatrice Michela Gualtieri. Non ce ne voglia Philip Roth, e neppure Maryanne Wolf. Che non saremmo nati per leggere, ma se quella cosa che ci ha contraddistinto dagli altri esseri viventi del pianeta vogliamo almeno conservarla, compresa una certa capacità di interpretazione del reale che ci circonda, dovremo trovare il modo di continuare a farlo.

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