Adolescentia
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La Rete? Ai ragazzi piace sempre meno

Ho incontrato Giovanna Mascheroni, ricercatrice di OssCom e di Sociologia alla facoltà di Scienze politiche e sociali della Cattolica di Milano e dal 2007 referente italiana di Eukids on line, in occasione del mio pezzo per Gioia! sul sexting, quando ha presentato gli ultimi dati di ricerca italiani del progetto europeo Net Children Go Mobile. Ecco l’intervista integrale.

Si parla spesso dei diritti digitali dei ragazzi, diritti che, secondo la stessa Sonia Livingstone, spesso sono ignorati e al cui dibattito contemporaneo gli stessi minori sono esclusi.

Alla baste c’è l’idea che i diritti della infanzia così come li conosciamo siano riconosciuti anche on line e che quindi contemplino le così dette tre “P”: protection/protezione, provision/offerta adatta, participation/partecipazione. ma questo non sempre avviene tanto che, sull’offerta per esempio, si registra dal 2013 una diminuzione nella soddisfazione sui contenuti internet dei ragazzi, mentre la partecipazione, ovvero l’offerta di ambienti in cui i ragazzi abbiano la possibilità di creare e condividere in sicurezza contenuti o di coinvolgerli nella progettazione di politiche per loro, è molto bassa…

Secondo i dati dell’ultima ricerca di Net Children Go Mobile l’81% dei ragazzi italiani usa internet a casa ogni giorno, questo significa che rispetto al 2010, l’uso di devices personali è cresciuto molto. Che impatto ha questo dato rispetto a fenomeni come il sexting l’esposizione a materiali violenti o pornografici?

Per quanto riguarda il sexting in realtà non abbiamo osservato una crescita dal 2010, con un dato, in Italia, che rimane molto basso (5 per cento). Nelle nostre rilevazioni noi chiediamo se hanno personalmente ricevuto messaggi di natura sessuale, non immagini pornografiche o altro, e non se sono a conoscenza che altri amici o amiche l’hanno fatto o subito: questo spiega in parte la differenza dei nostri dati con altri. Sicuramente possiamo dire che, anche per noi nella fascia che va dai 13 ai 14 anni il dato raddoppia. A mio parere il sexting è un fenomeno culturale che, da un lato si inserisce nelle pratiche degli adolescenti e precede anche la relazione romantica, dall’altra è tipico di una società in cui si registra una crescente sessualizzazione o pornification. Questo si evince non solo nel sexting, ma anche nelle immagini fortemente sessualizzate che le ragazze usano nei loro profili.

E per quanto riguarda la visione di immagini pornografiche?

La visione di immagini porno on line e off line è raddoppiata in questi ultimi anni. Si parla di quasi un 24 per cento rispetto al 12 del 2010. E cresce soprattutto fra le ragazze e gli adolescenti di 13 14 anni.

Questo contesto influisce in egual modo su maschi e femmine? Dall’indagine emerge uno sconfortante squilibrio di genere nelle forme di cyberbullismo…

Se noi esaminiamo, non i rischi, ma il danno che questa esperienza produce, risulta senz’altro che le ragazze sono state più turbate e infastidite. Il problema è quando il sexting diventa un’arma di bullismo, quello che viene chiamato il revenge sexting con il ragazzino lasciato che per vendetta mette on line le foto osé che la ragazzina gli aveva mandato. In questo caso la diversa economia culturale del sexting emerge evidente perché, mentre per il ragazzo la foto è una moneta di scambio, un simbolo della propria virilità, per le ragazze è sempre un pericolo, sia quando, scattandola, esprime un forte pressione di conformarsi a un modello di femminilità adulta, sia quando, proprio perché ha voluto piacere, viene sanzionata dal gruppo e definita “una poco di buono”. Se un ragazzo si guarda un video porno si fa una risata e magari se ne vanta, la femmina è invece ha sempre delle conseguenze negative.

Cosa ci dice la ricerca sulla consapevolezza digitale dei ragazzi? Conoscono i loro diritti e doveri on line? Il tema della privacy, le cose che non si possono fare, i reati che si possono commettere?

In tutti questi anni i ragazzi stanno diventano sempre più consapevoli delle conseguenze a lungo termine che un messaggio o una foto postato può avere sul loro futuro. Mi è capitato di ascoltare una ragazza che mi diceva che ce l’aveva con i suoi genitori che le avevano permesso di aprire Facebook a 12 anni perché da allora aveva scritto cose di cui ora si vergognava. Uno dei dati più preoccupanti, molto inferiore alla media europea, di fatto è proprio questo, e cioè quel misero 9 per cento di giovanissimi che ritiene gli insegnati adeguati nel parlare dei problemi on line con i ragazzi. Se si aggiunge poi che anche la mediazione dei genitori non è aumentata, mi pare evidente che non si può pretendere dai ragazzi di sapere cose che non sono state loro insegnate.

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