Educazione, Storie
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La scuola non è finita (per ora)

Insomma, a scuola non si torna. Conte ha detto testualmente che è difficile, quando si parla di scuola, “far convivere diritto all’istruzione e diritto alla salute”. Nessuno ha chiesto perché dallo studio realizzato a Vo’ dal team guidato dal professor Andrea Crisanti, direttore del dipartimento di Medicina molecolare dell’università di Padova (disponibile qui), è emerso che non era presente nessun caso di positività nei bambini sotto ai dieci anni. E nessuno ha chiesto come si possa privare bambini e ragazzi (perdonate il maschile universale) del diritto fondamentale all’istruzione. Diritto, lo scrivo una volta di più, che è tutt’uno con la loro salute. Perché dunque, di fronte a un’Europa che considera l’apertura delle scuole una priorità, e non solo per dare una risposta alle difficoltà di conciliazione di genitori (in Italia leggi mamme), noi la scuola non la vogliamo neppure nominare? Accettando persino come una straordinaria concessione l’apertura “già a settembre”?

Devo confessarlo, un terribile presentimento ce l’ho. Lo sento arrivare, e spero di sbagliarmi, da quella litania che mi ripete, a scadenze fisse, che “la didattica a distanza ha funzionato mediamente bene”. Di “quanto”, di “come”, e di “per chi”, ovviamente sono informazioni che non è dato sapere. Quello che sappiamo con certezza invece, è che tra il 2018 e il 2019, il 33,8 per cento delle famiglie italiane non aveva computer o tablet in casa (il 41,6 nel sud), mentre oltre un quarto delle persone vive in condizioni di sovraffollamento abitativo (il 41,9 per cento tra i minori). Sono dati IstatInoltre sappiamo dalla voce della ministra Azzolina che, secondo il monitoraggio dell’andamento della didattica a distanza nelle scuole, più di 6,7 milioni di alunni è raggiunto dalle diverse attività (quali? come? con che risultati?) di DaD, ovvero l’80 per cento sul totale di 8,3 milioni di studenti (e il resto, ce ne freghiamo?). Gli studenti ancora non raggiunti in alcun modo dalla DaD sono per il 6 per cento alle superiori e il 17 alle medie. Starà quindi anche andando bene, ma forse non benissimo. E non mediamente. E soprattutto non è che su un diritto fondamentale come l’istruzione si può fare una media. Anche se fosse uno solo a non andare a scuola, di quell’uno mi dovrei occupare. E presto.

Ma torniamo a noi. Fin dall’inizio l’abuso del termine didattica a distanza mi ha creato qualche perplessità. Era il periodo in cui ero immersa nel libro di DesMurget che smonta, tassello per tassello, il mito della scuola digitale e forse, lo ammetto, ero sensibilizzata sul tema (ne ho scritto qui). Ma di fatto, lo ripetono istituzioni come Educause, le esperienze di apprendimento online ben progettate e pianificate sono molto diverse dai corsi online in risposta a una crisi. Per preparare una lezione e un corso on line di qualità ed efficace ci vogliono competenze specifiche e tempo (mesi per l’esattezza), e solo per il rispetto dovuto a un’attività attentamente e sapientemente progettata, quella che è stata spacciata come didattica on line non è altro che un insegnamento da remoto prodotto da un’emergenza (e di qualità tutta da verificare). Nel libro Learning Online gli autori e studiosi del SRI Education’s Center for Technology in Learning, Barbara Means, Marianne Bakia e Robert Murphy, lo scrivono con chiarezza: senza questa attenta progettazione, non solo della lezione, ma anche dell’interazione con lo studente, delle sue attività in autonomia, della sua motivazione, dei tempi e dei modi del feedback, è difficile che la DaD sia di qualità. Come è impossibile che la Dad sia efficace sopra una certa soglia di studenti. E noi conosciamo bene  l’affollamento delle nostre classi. Se dunque, la nostra Dad, e nonostante la buona volontà di scuola e insegnanti, non è stata altro che una trasposizione in video delle lezioni in presenza, con valutazioni e scambi via e mail, allora forse dovremmo umilmente ammettere che non abbiamo fatto che un insegnamento da remoto in emergenza, insegnamento da cui dovremmo subito allontanarci per tornare a pratiche educative (e la didattica è relazione educativa) vere ed efficaci. E invece…

E invece, la litania che la “DaD (ma quale DaD?) è andata mediamente bene” si ripete all’infinito. Che magari, prima o poi, ci crediamo. Il che, davanti all’assenza di strategie (vedi qui articolo NPR) del ritorno “già a settembre”, come titolava qualche quotidiano, mi fa pensare che, con aule affollate, insegnanti anziani, scuole vetuste, la soluzione pensino di averla in tasca. Servita sul piatto d’argento della paura. E senza che nessuno si chieda che tipo di scuola, di competenze, di capacità, di conoscenze per affrontare il futuro, questa finta DaD possa dare ai nostri bambini e ragazzi. Vi avverto subito, e il libro di DesMurget è un buon compendio di tutte le ricerche svolte finora, non ci sono studi, se non quelli prezzolati dalle multinazionali, che dicano che la DaD possa assolvere con pienezza ed efficacia al ruolo educativo della comunità scolastica. Certo, se sei uno studente dotato, che proviene da una famiglia fortunata pronta a supportarti e a colmare eventuali lacune, allora sì, può capitare che le prestazioni scolastiche siano lievemente migliori. Ma se sei un adolescente medio che magari ha qualche problema in matematica, il tuo apprendimento, e le tue prestazioni, non miglioreranno affatto, anzi. Ci sono studi di Stanford, della New York University, dell’America Institute for Research e tutti evidenziano che l’apprendimento più efficace è quello in presenza. La scuola digitale in vero non fa che aggravare le differenze tra chi è più fortunato e non lo è. Perché non si tratta solo di trasferire nozioni e fare verifiche, ma di relazione, di socialità, di scambi di corpi. Questo non significa che dobbiamo abbandonare i corsi online, ma che se mai, proprio per la loro difficoltà e pericolosità (sì, pericolosità leggere dopo) devono essere progettati benissimo e usati con parsimonia. E per fare questo, non ci vuole improvvisazione o esaltazione, ma competenze pedagogiche profonde, preparazione. E soldi. Tanti soldi.

Forse l’ho presa un po’ alla larga, ma sapete, ora mi prendo un minuto per scriverlo, sono una genitrice anch’io, con la sfortuna di avere una passione e ammirazione sconfinata per la scuola e per i bambini e ragazzi che la animano. IO SO, che in una scuola a loro misura il cervello di bambini e i ragazzi sorride ed è felice. Ovvero impara. Ed è questo lo stato di salute per cui dovremmo lottare. Se per gli studenti universitari forse qualche corso on line è gestibile, per chi va alla scuola materna, alla primaria, alle secondarie, la lontananza e l’isolamento sono incompatibili con un vero apprendimento. Non scomodo nemmeno i neuroscienziati per confortare quanto scritto. Ci sono valanghe di studi, la scoperta dei neuroni a specchio è firma da italiani, leggete. Ma che solo si possa pensare che la didattica a distanza possa essere una soluzione post emergenziale (un’emergenza che alla fine durerà comunque sei mesi, quando nel resto d’Europa al massimo uno), è una cosa che mi provoca un dolore personale.

Ma si diceva dei soldi. Mila Spicola lo ha scritto in un suo articolo per l’Huffington Post: sono i soldi che ci vogliono per far ripartire la scuola. Tanti soldi. E nonostante la retorica, la verità è che alla scuola è sempre stato tolto, mai dato. Sulla scuola, sui bambini e i ragazzi, sul futuro, non si ha intenzione di mettere un euro. È questa la verità. E allora, questo insegnamento da remoto improvvisato spacciato per DaD, si rivela per quello che è: una scelta economica. Per spendere poco. Per investire di meno. Per rubare, oltre al presente, il futuro dei nostri figli. E figlie (questa volta il maschile universale non lo uso). In un’intervista rilasciata per l’uscita del suo libro The End of College, Kevin Carey, direttore della New America Foundation, dice che nei prossimi trent’anni cambierà il modello educativo a cui noi siamo abituati. Che l’apprendimento puramente online “non è l’ambiente di apprendimento ideale per molti ed è semplicemente insostenibile per alcuni”. Ma soprattutto quello che c’è in gioco è il concetto di istruzione, e in questo caso di istruzione superiore, come BENE PUBBLICO. Ci sono scuole in Florida che hanno risparmiato sugli insegnanti collegando intere classi a un video (leggi sempre DesMurget). Carey stesso cita il governatore del Wisconsin, tale Scott Walker, che ha giustificato tagli arbitrari e dannosi all’istruzione pubblica con un appello spensierato alla tecnologia. Cominciate a vederlo il disegnino? Cominciate ad annusarlo il pericolo?

Ecco, ci siamo. Scusate se vi ho fatto fare questo giro, ma era necessario. Io non ci dormo la notte. Ma è quello a cui volevo arrivare in questo lungo post. Che in questo momento tragico, ma topico, le nostre azioni e soprattutto distr-azioni rischiano di alimentare una scelta politica. Le mamme, la conciliazione, la salute, sono deviazioni secondarie rispetto alla pericolosa meta finale. Che ancora è lo smantellamento della scuola pubblica. È dunque di primaria importanza prestare attenzione su “come” e “se”, questa “DaD che è andata mediamente bene” sarà inserita nelle agende politiche del ministero. Per ora la scuola non esiste. Il che è già significativo. Come ho già scritto, si parla di settembre come se fosse una concessione, quando è un diritto acquisito. E, ripeto, persino pensare che sia una non risposta al problema dei genitori aiuta a distrarci dai fondamentali. Ad accettare dichiarazioni come “il diritto alla salute e all’istruzioni non possono per ora convivere” (pensate cosa avreste fatto se avesse detto che salute e lavoro erano incompatibili). La scuola pubblica è per i nostri figli e figlie l’unica porta d’entrata verso un futuro dignitoso. È per questo che il diritto alla scuola è negli articoli 33 e 34 della Costituzione. La scuola, non il campionato di calcio. E l’insegnamento da remoto per emergenza non è scuola.

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