Donne, Storie
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L’altra faccia della violenza

Articolo pubblicato su LeiWeb il 23 novembre 2012

Non c’è solo il femminicidio. La violenza è un fenomeno sottile che pervade tutti gli aspetti della vita delle donne. «La violenza fisica, quella calci e schiaffi, fino agli atti persecutori e gli abusi sessuali, è quella più semplice da riconoscere, anche da parte delle donne stesse. Ma accanto a essa c’è la violenza psicologica, le offese, le minacce e le mortificazioni di chi ti apostrofa con frasi del tipo “Tu non sai fare nulla” o “Senza di me non vali niente”. E in forte crescita è anche la violenza economica, ovvero la privazione delle risorse, l’impossibilità di gestire insieme il ménage familiare, soprusi che mettono la donna in una posizione di evidente subordinazione». A parlare èTitti Carrano, avvocata e presidentessa di Di.Re, Donne in rete contro la violenza, l’associazione che dal 2008 si occupa attivamente di prevenzione, formazione e coordinamento dei centri antiviolenza locali. Di.Re è anche punto di riferimento italiano per il Women Against Violence Europe, un network che raccoglie 45 paesi e 4000 centri antiviolenza in tutta Europa, e per la Global Network of Women’s Shelters, la prima rete mondiale antiviolenza. «Perché» continua Carrano, «i dati ci dicono che le donne tendono a minimizzare le aggressioni: solo il 18,2 per cento è consapevole che quello che ha subito è un reato, mentre ben il 36 per cento pensa che sia una delle tante cose che accadono».

Eppure i dati in Italia sono allarmanti e soprattutto, da quanto emerge dagli studi delle associazioni (la prima e unica indagine Istat sulla violenza delle donne risale al 2006, mentre un’altra raccolta dati è stata finanziata solo di recente dal Dipartimento delle Pari Opportunità), non danno segno di diminuzione: 13137 le donne che nel 2011 si sono rivolte ai centri antiviolenza (per il 69,7 per cento era per la prima volta) senza contare quelle che, e si parla del 95 per cento, non denunciano neppure il reato subito. «In un quadro del genere, con un costo sociale per l’intera Europa valutato in 34 miliardi di euro, e con 500 posti letto riservati alle vittime di violenze a fronte dei 5700 richiesti dal Consiglio d’Europa già nel 2009, diventa importante ratificare al più presto la Convenzione di Istanbul che, da una parte riconosce il fenomeno nella sue tante sfaccettature, dall’altra lo cataloga come una vera violazione dei diritti umani sottolineandone il carattere discriminatorio basato sull’identità di genere», dice Carrano.

D’accordo anche Barbara Spinelli, coordinatrice studi sul genere dell’Associazione Giuristi Democratici e parte attiva della piattaforma di ONG Lavori in corsa: 30 anni di CEDAW: «Le leggi per contrastare il fenomeno in Italia ci sono. Ad esempio la 154 del 2001 è una buona norma, ma non è mai stata monitorata: manca persino il numero preciso degli ordini di protezione in caso violenza domestica perché le procure raccolgono dati in maniera diseguale. E il fatto che sette donne su dieci vengano uccise dopo aver denunciato ci dice che, in effetti, qualcosa che non va nella valutazione scientifica del rischio c’è. Bisognerebbe che, a partire dal Ministero della Giustizia, si considerasse il problema della violenza una priorità nell’agenda politica del Paese, e bisognerebbe investire, non solo nei centri, ma anche nella formazione delle forze dell’ordine e degli operatori socio sanitari».

Ma, al di là dei dati e degli studi, che pure sono indispensabili per fotografare lo stato di salute in tema di violenza sulle donne nel nostro Paese, basterebbe sedersi attorno a un tavolo con le colleghe o le amiche, per capire concretamente quanto siano diffusi gli atti di violenza sulle donne. Il gioco, si fa per dire, si chiama “Ce l’ho, ce l’ho, mi manca”: battutine, carezze indesiderate, strattonamenti, urla… Una donna su tre ha ricevuto queste attenzioni particolari: dentro a quel microcosmo privato che è la relazione tra un uomo una donna, o fuori, per strada, al lavoro. «Non si può parlare di violenza sulle donne come un problema criminale senza implicazioni culturali e politiche» dice la scrittrice Iaia Caputo autrice, tra gli altri, di Le donne non invecchiano mai e del recente Il silenzio degli uomini (Ed. Feltrinelli). «Se nella mia esperienza quotidiana vedo che le donne sono costantemente sottovalutate e sottostimate, la rappresentazione che avrò di me stessa non potrà che essere accompagnata da un sentimento di minorità, di mancato riconoscimento, di solitudine. Insomma, se sei sempre parte di una minoranza, tenderai ad aver paura… Ma bisogna anche considerare che, almeno nel vincolo profondo che esiste tra un uomo e una donna, agiscono ancora i residui di archetipi che hanno segnato la storia di donne e uomini. E, mentre la storia degli uomini è strettamente connessa a quella della violenza, il vissuto delle donne è legato a una storia di sottomissione. A una cultura dell’amore come sacrificio e a una cattiva educazione sentimentale dentro la quale c’è anche quel famoso “Io ti salverò”. C’è una sorta di sentimento di onnipotenza che pervade la nostra cultura di genere e che ci fa pensare che a noi quella cosa non accadrà mai, che non ci riguarda». Riconoscersi in queste parole è facile, ed ecco perché, oltre alle leggi e agli studi, sono le campagne di comunicazione su temi come quelli della gelosia, del rispetto di sé o dell’inviolabilità del proprio corpo, l’educazione di genere nelle scuole contro gli stereotipi, che potrebbero assestare un duro colpo a una cultura misogina che troppo tollera le violenze sulle donne. «Bisogna accettare che esistono delle regole e bisogna imparare a sanzionare culturalmente, ancor prima che giuridicamente, quei comportamenti mortificanti» continua Caputo. Perché le donne confinate ai margini della società sono certo più deboli e sole. E in balia della violenza.

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