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l’arte non è cosa nostra

L’altra sera mi è capitato di vedere la trasmissione 8 e mezzo con Lilli Gruber. C’era Vittorio Sgarbi, reduce dal suo programma flop e dal suo controverso Padiglione Italiano alla Biennale d’arte di Venezia L’Arte non è cosa nostra. Sgarbi ha difeso a spada tratta l’originale opera curatoriale del suo padiglione a cui sono stati chiamati a partecipare da Fernan Ozpetek a Veronesi, da Umberto Eco ad Aldo Busi. Il tutto, dice lui, contro la mafia di collezionisti e galleristi che hanno devastato il panorama artistico o parassite della creatività, o giù di lì, come Beatrice Trussardi e Miuccia Prada. Trovo sia una vile abitudine giustificare i propri progetti, quali essi siano e tutti legittimi, con la denigrazione del lavoro altrui, ma devo dare atto che questo ormai è metodo ricorrente. Pochi giorni fa, Roberto Perotti su Il Sole 24 Ore ha scritto a chiare lettere come il vero disastro del berlusconismo non sia stato il buco economico raccontato dall’Economist, ma l’aver riportato indietro di 30 anni il dibattito sociale e di aver infangato la nozione di competenza. Un fango che ha cancellato i meriti, gli anni di studio che avrebbero dovuto essere il lasciapassare per l’autorevolezza, il sapere del lavoro. Negli anni si è fatto avanti un format culturale televisivo, dove tutti potevano dire tutto, ma soprattutto lo potevano dire in virtù della loro notorietà e non della loro competenza. Ed è stato sufficiente assolvere a questo format per aspirare, senza pudore o un minimo di autocritica, a fare di tutto: ministro, assessore, curatore di mostre d’arte, presidente di giuria, consigliere di amministrazione. L’effetto virale di questo fango è sotto gli occhi di tutti. Per rubare le parole a Giorgio Bocca e al suo ultimo editoriale nelle prime pagine de l’Espresso, siamo, se pur libere, soffocate dallamediocrità della televisione, dei giornali, della cultura falso popolare. E il peggio è che vediamo solo quella perché è quella che ci fanno vedere. Nel mio blog, se cliccate la parola arte, avrete una selezione di opere di arte contemporanea che dicono del mondo femminile e che ho postato fino ad ora. Sono opere esposte nei maggiori musei e gallerie del mondo, di artisti affermati e molto conosciuti. Certo, da noi, questa rappresentazione artistica, questo linguaggio, è conoscenza di pochi. Sembra che non ci sia alternativa alla donna della televisione e delle riviste. Sembra che i temi di genere possano essere trattati solo in quel modo, spettacolare e velinoso. Sembra che le donne reali siano sparite. Eppure ci sono. Cliccate la parola arte e vedete quanti talenti hanno dato il loro contributo su una rappresentazione diversa della donna. Ma a Milano manca un Museo dell’Arte Contemporanea, a Roma l’hanno aperto solo mesi fa, le gallerie sono per addetti ai lavori radical chic. Dalla nostra cultura quotidiana questa rappresentazione altra, normalmente nelle strade di New York, Londra o Parigi, è assente. Un’assenza che pesa, come pesa la mancanza di alternativa. È vero quel che dice Vittorio Sgarbi che L’Arte non è cosa nostra. Ma non è neanche sua. E forse neppure dei 150 intellettuali prestati al mestiere di curatore senza averne le competenze. L’arte è del mondo, dei mondi, che vi vengono rappresentati. E lasciate che ce li facciano vedere questi mondi (cosa possibile più ai conoscitori della materia). Non soffocateli con questo format da varietà. Mi sembra che gli eventi più o meno recenti abbiano dimostrato che un’altra rappresentazione della donna, e del mondo, è possibile. Che siamo pronte, e pronti, a non sorbirci solo intrattenimento muscolare. L’Arte, non è cosa vostra. E neanche noi.

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