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L’atlante della bellezza

[Pubblicato su Gioia! del 2 aprile 2015] C’è una spiegazione scientifica per tutto. Persino per la bellezza. O perlomeno per quello che noi percepiamo come tale. La neurobiologia conferma: il nostro cervello sembra fatto apposta per riconoscere ciò che è bello e ciò che non lo è. Alcuni neurotrasmettitori che agiscono tra l’area tegmentale ventrale e il nucleus accumbens attivano un campo chiamato circuito del piacere, ed è fatta. Esiste una spiegazione a tutto, ma non sempre basta. Perché gli standard di bellezza in Congo non sono gli stessi di Iran o Brasile. E perché persino i nostri corpi subiscono modifiche estetiche che sono un riflesso dei cambiamenti di modelli sociali, culturali, temporali. Le spalle strette e le simmetrie dell’antico Egitto; le rotondità e le pelli diafane del Rinascimento; fino al curvy hollywoodiano o all’heroin chic degli anni Novanta (un efficace sunto di tutto ciò lo si può vedere nell’ultimo video virale di BuzzFeed, Women’s Ideal Body Types Throughout History).

La bellezza, che pur qualche etologo lega a selezione naturale ed evoluzione, è dopo tutto una magnifica ossessione. Altrimenti non si spiegherebbe come mai in Cina, fino al 1940, pur di esibire un’andatura sinuosa da Loto d’oro, i piedi venivano bendati fin dalla tenera età. O come mai in Mauritania, ancora oggi, le ragazze vengano nutrite a forza per essere più grasse, e quindi più belle. Il collo da cigno delle donne Kayan, fuggite in Tailandia dalla Birmania, è diventato persino un’attrazione turistica. Lo stesso vale per le labbra blu e i tatuaggi delle donne Maori in Nuova Zelanda, o per le acconciature color terracotta delle namibiane e, statuarie, Himba. E in India, tra sari colorati, anelli del naso e lunghe dupatta, i bindi che richiamano l’attenzione sugli occhi, sono sempre più preziosi e originali.

C’è chi lamenta un appiattimento dei canoni estetici verso gli standard occidentali. Con troppe ragazze iraniane che si rifanno naso e sopracciglia, o coreane che si sottopongono a interventi di blefaroplastica per eliminare quella palpebra singola una volta tanto celebrata. In questo senso, l’Atlas of Beauty di Mihaela Noroc da cui sono tratte le foto di questo servizio, è un inno alla bellezza come diversità: «Una fonte di ispirazione per tutte le donne che cercano di essere se stesse», dice. Che siano le ragazze dalle gote rosse dell’altopiano del Tibet, o le giovani Karo della valle dell’Omo in Etiopia, con i loro corpi, volti e capelli, dipinti di calce bianca, argilla, cenere di carbone o legno. Che si tratti allora, come direbbe lo studioso dei comportamenti di vita quotidiana e relazioni amorose, nonché docente all’Università Sorbonne di Parigi, Jean-Claude Kaufmann, di una questione geopolitica? Di capire, attraverso l’imposizione dei criteri di bellezza, quale sarà l’immagine del mondo? Nel suo libro Bodies, la scrittrice e giornalista di The Guardian Susie Orbach, scrisse che quando Agbani Darego divenne, prima africana, Miss Mondo nel 2001, le ragazze nigeriane cominciarono a pensare che quelle gambe lunghe e magre, quel punto vita sottile, e persino le ossa delle scapole che facevano capolino, non erano più segni di un’evidente malnutrizione, ma di bellezza, e cominciarono così ad imitarla.

Ma l’anno scorso, quando la rivista People ha incoronato come la più bella del pianeta Lupita Nyong’o, la keniota vincitrice dell’Oscar come miglior attrice non protagonista per il film 12 anni schiavo, sono stati i media a gridare alla fine della supremazia dello status estetico della pelle chiara, con tanto di campagna stampa per il colosso Lancôme. Come dire che la bellezza non si può incatenare a un codice rigido di colori e misure. Sarà che al desiderio non si comanda, e sarà che anche i famosi “standard” oscillano al pari della larghezza dei nostri fianchi, sempre indecisi tra la silhouette “nordica” longilinea e la generosità delle curve stile Beyoncé o Jennifer Lopez. In tutto questo, come ci mostra bene la ricerca di Mihalea Noroc, la sola cosa che permane è il piacere istintivo della conoscenza dell’altro. La meraviglia dello sguardo quando non cade in ritocchi fotografici o filtri culturali. A quel punto, ciò che vediamo non è altro che il riflesso di “noi”. Un riflesso in cui riconosciamo quel poco che è nostro e in cui scopriamo tutto il resto del mondo. Quello sì, indiscutibilmente bello.

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