Donne
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Le donne di Hillary

Il traguardo sembrava a un passo. Proprio nell’anno in cui mezza Hollywood ha usato, e abusato, della parola femminista; in cui persino un film, Suffragette, appena uscito nelle sale italiane, celebra le conquiste del movimento femminile che portò al diritto di voto nel Regno Unito nel 1928. Dopo 227 anni, una donna presidente degli Stati Uniti. Una donna seduta sulla poltrona più potente del pianeta. Sembrava a un passo appunto, poi è arrivato un attempato maschio socialdemocratico, tale Bernie Sanders, e ha mandato in frantumi speranze e certezze. Nel New Hampshire, l’82 per cento di donne sotto i 30 anni ha votato per lui. Il 53 per cento di tutte le donne di tutte le età ha votato per lui. Il femminismo mainstream, leggi alla voce Madeleine Albright e Gloria Steinem, ha prospettato allora l’inferno alle donne no Hillary, ma in Nevada, nonostante la simpatia di cui gode l’ex segretario di Stato tra ispanici e afroamericani, i fan di Bernie erano ancora lì a minare la macchina clintoniana (52,2 per cento contro 48).

Vista da questa parte dell’Oceano, la questione del voto femminile per Hillary dice molto anche sul nostro femminismo e sui nostri rapporti di potere e relazioni, tra donne. E tra generazioni di donne. Quelle che hanno lottato per diritti prima impensabili (aborto, lavoro, rappresentanza politica), e quelle che questi diritti li danno per acquisiti o quantomeno, assillate da una precarietà che le avvicina più ai loro coetanei maschi che alle donne in sé, sanno che il genere non è, non può, non dice, tutto. Nei paesi anglosassoni la chiamano “intersectionality”, e non riguarda solo la fluidità delle identità di genere delle nuove generazioni, ma la consapevolezza che genere, razza, condizione socio economica, sono così intrecciati che un aspetto non può prevalere sull’altro. Paradossalmente, questa caduta delle barriere tra i sessi, è forse una delle conquiste del movimento di emancipazione, quello di Hillary per intenderci, che ora però, agli occhi dei Millennials appare “solo” femminista. Per il resto, non è che una bianca ricca spesso allineata al potere degli uomini (dai donatori Walmart e Goldman Sachs passando all’uomo-marito Bill), mentre la figlia Chelsea, che ha l’età di quelle giovani donne da cui vorrebbe essere votata, è l’icona dei privilegiati che hanno frequentato le migliori università e avuto subito lavori strapagati.

Il problema di Clinton con il voto delle donne è quindi un po’ più complesso di come l’ha dipinto Susan Sarandon: «Votare una donna solo perché è donna è un insulto all’intelligenza. Io non voto con la vagina». E non si può nemmeno ridurre a un battibecco generazionale tra femmine, con il solito racconto sessista di gelosie, ripicche, incapacità di fare lobby. Il problema è che il femminismo alla Clinton non rappresenta più un cambiamento radicale, e anche se c’è molto ancora da fare in tema di parità di salari, contraccezione, asili nido, quello che le ragazze americane sanno, e con loro le ragazze di tutto il mondo, che finché saranno oppresse dai debiti contratti persino per garantirsi il diritto all’università, da una classe dominante che si sta mangiando il futuro, non ci sarà nessuna uguaglianza. Figurarsi di genere. Considerato questo, anche l’endorsement di tante star appare sotto un’altra luce. Anna Wintour che indossa una t-shirt pro Hillary disegnata da Marc Jacobs; Kate Perry che vestita del logo della campagna si esibisce, insieme a Elton John e Andra Day al Radio City Music Hall di New York nel concerto “I’m With Her”; Lena Dunham che non smette di fare dichiarazioni e postare foto con lei; e poi Salma Hayek, Beyoncé, Britney Spears, Demi Lovato, Kim Kardashian… quanto sono reali queste donne?

Qualcuno dice che il voto delle donne per Clinton segnerà un punto di svolta per la storia del femminismo. Ma, come ha giustamente sottolineato la fondatrice del Center for WorkLife Law presso l’Università della California Joan Williams, anche questo modo di raccontare la politica di Hillary è figlio di una cultura sessista. Agli uomini è concesso persino di attaccare il Papa, lei e le sue sostenitrici al limite sono in preda alle isterie della solita lotta tra donne. Perché a noi femmine vengano richiesti standard sempre più elevati, dal lavoro alla politica, non è dato sapere. O forse sì, lo sappiamo. È bene ricordare allora che quello che sembra a portata di mano, non significa sia stato ottenuto. E senza il salto del centesimo muro potremo anche perdere tutto.

Schermata 2016-03-07 alle 19.01.20Articolo pubblicato su Gioia! n. 9 del 2016.

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