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Le parole che non ho scritto

Le parole che non ho scritto (ma avrei voluto farlo). Perché è passato troppo tempo, e perché un po’ annaspo tra la rassegnazione e il disarmo… Non ho scritto per esempio, una risposta più dettagliata a @nomfup e @jacopo_iacoboni circa la solita questione se Twitter sia, o meno, davvero lo specchio di un Paese e soprattutto, se sia in grado di agire su di esso. Avevo solo detto che Twitter rischia di essere un salotto non molto diverso da molti altri e che si muove secondo le stesse logiche lobbystiche. Giornalisti con giornalisti, femministe con femministe, attivisti con attivisti (trovo divertente che taluni ad esempio tengano delle discussioni tra amici e sodali che potrebbero fare vis à vis o per telefono). Se poi la lobby twittera è contigua ad altri media, magari ne esce un articolo che parla addirittura di fenomeno. Un fenomeno “da salotto”, appunto. Qualche dubbio l’avevo espresso citando in un mio vecchio post l’articolo di Malcom Galdwell  Small Change e, anche con tutto l’interesse per le analisi (vere) di Manuel Castells nel suo ultimo libro Reti di indignazione e speranza, io non sono così sicura che le persone «protette dal cyberspazio» vadano poi necessariamente a «occupare gli spazi urbani, reclamando il diritto di fare la storia». A dire la verità, io sto più dalla parte di Jonathan Franzen che di Twitter si fida poco e si innervosisce con «la pretesa dei social network di aver rivoltato l’Egitto». In scala più ridotta, e visto che Iacoboni l’ha menzionato, non penso che la Moratti sia stata battuta da Twitter, se mai dalla sua assenza politica, mentre Pisapia, più che nei social network (su cui come ho scritto, molto ci siamo divertiti), ha vinto nelle biciclettate arancioni, nel volantinaggio bocciofila per bocciofila, nella partecipazione popolare di chi, altro che @indivanados, andava per strada senza nemmeno un profilo Facebook. E d’altra parte, uno che di Internet ha fatto il suo spazio pubblico, Grillo, per prendere il 18 per cento, in Sicilia ci è dovuto andare a nuoto e non con la banda larga. Certo, questa «autocomunicazione di massa produce il suo significato», sempre per usare le parole di Castells, ma questo è uno strano Paese che usa il tweet & co. non tanto per aggregare pensieri ma per smuovere le pance: 15 giorni prima delle elezioni sono un tempo perfetto per arrivare in un’isola che non sa ancora fare a meno degli eroi…

E così avrei voluto scrivere per esempio, che in questo Paese lo spread più alto continua ad essere quello della valutazione dei veri meriti. Il perché si continui a diffidare, con meravigliosa ostinazione, del talento e dell’intelligenza, è il vero arcano economico. Che si parli di sindacato o impresa non fa differenza, perché l’unica competizione che noi conosciamo ancora è quella di classe, modello anni Cinquanta s’intende. Così Marchionne ci sta benissimo in questi tempi, anzi è l’esatto prodotto di questi tempi, perché è sempre meglio avere qualcuno da insultare piuttosto che qualcuno con cui ragionare. Perché è più facile denigrare che mettersi in gioco e, soprattutto, abbiamo imparato che solo non facendo non si sbaglia, e tutto ciò ci pare pure una virtù che paga, visto che l’immobilismo da sempre fa carriera. In questo Paese. Sembra un discorso slegato, a non lo è.

Perché tra le parole che non ho scritto, in questi giorni, in queste settimane, ci sono quelle, che avrei voluto riscrivere, di Cesare Pavese: «Un Paese vuol dire non essere soli», ma io la solitudine la raccolgo tutti i giorni, nelle parole dell’ennesima donna che scopre che, sola, non ha ritrovato la sua scrivania al ritorno della maternità, nella figlia dell’amica che cerca un’Università ma all’estero, lontano da qui che non è cosa, nei talenti annegati dalla mediocrità… politica ed economica. La solitudine delle persone, io per prima, fuori posto – come dice qualcuno – scandinava orfana di Scandinavia, che per uno strano difetto di Dna pensa che le regole siano la base della democrazia e non i suoi confini. E poi mi viene in mente Castells che dice che, dopo tutto, in tutte queste Reti e movimenti sociali, ognuno alla fine rappresenta solo se stesso. E quindi la solitudine è forse la condizione ideale, perché non c’è un leader vero, perché tutto è diffuso, liquido, libero movimento in movimento libero…

È una bella fregatura invece, un ricatto bello e buono dentro il quale, guarda un po’, pare sempre più difficile trovare una strada alternativa che non sia quella dell’insulto one-to-one. Il comico contro la consigliera, rottamati e puttane: tutto comodo per stare dentro un #hashtag. Peccato che sia troppo stretto per farci entrare dell’intelligenza. Così alla fine mi stupiscono più le assenze, le vacanze (volute?, obbligate? rassegnate?) di intelligenze gentili come quelle di Pippo Civati, Ilda Curti, Zingaretti… Anche loro forse, hanno parole che non hanno detto. Ma come si può, ora parlare? Racimolando orecchie come fa in questi giorni Laura Puppato nelle città d’Italia? È una guerra persa, lo capite anche voi. Una guerra che non so se ci meritiamo di perdere, ma tant’è.
Intanto l’Italia è scivolata all’80esimoposto del Global Gender Gap. Prima di noi ci sono, e alla grande, il Lesotho e il Nicaragua. Se questo interessasse davvero a qualcuno, @Indivanados compresi, forse questo sarebbe un Paese degno di quello che scriveva Pavese. Un Paese che per non ritrovarsi soli non si rifugia su Twitter.

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