Me.
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Libero sfogo

Sento il bisogno di una linea di demarcazione. Di una semplificazione forse un po’ ingenua della realtà. Sento il bisogno di ripulire i giorni dalla paura e dalla speranza per riempirli solo di responsabilità. Credo che siano finiti i tempi della comprensione reciproca. Dell’“italiano brava gente” che fa calare dietro un paravento di paternalismo le conseguenze delle proprie azioni. È come il battito di ali di una farfalla. Flebile e inosservato, ma con possibili effetti devastanti. Così, sto bene a guardare come muovo le ali io e come le muovono gli altri. Avevo già deciso, tempo addietro, di scegliere con maggiore cura i miei commensali. Perché ho imparato che il “male” si nasconde dietro ad azioni banali a cui si dà poca, o nulla, importanza. Svicoliamo dallo specchio che riflette la nostra immagine sempre più spesso. Ma ora basta. Mi spiace. Tiro la linea. A futura memoria, ciascuno non potrà dire che non se ne era accorto. Che pensava andasse diversamente. Che si tratti di un posto al Parlamento o del posto di lavoro, il gomitolo dovrà essere sciolto. Bisognerà recuperare il capo della matassa. Arriva un momento in cui bisogna uscire dal bar Mario e prendere un po’ di coraggio. Non è social e ancor meno conveniente, qualcuno direbbe. Ma mi ha esasperato persino la diplomazia. Il tornaconto, il futuro troppo prossimo, la miopia degli ignoranti. Non sei molto democratica, sento dire. La democrazia non è un sistema perfetto, a quanto pare. Hanno scelto di nuovo gente che aveva speso i loro soldi per comprarsi maschere di maiali, gente che aveva rubato, offeso, ingiuriato. E poi hanno continuato a ingiuriare, offendere, rubare (la dignità, per qual che vale in questo Paese). Sempre in nome di qualcun altro. Sempre rinnegando che ciò che avevano intorno, il Paese o l’azienda, così com’è, l’avevano fatta loro. L’hanno costruita loro, tra maneggi finanziari e transazioni politiche. Non nel mio nome, né prima, né ora, né mai. Lo dico adesso prima che qualcuno finisca per strada con le pezze al culo. Sarò anch’io con le pezze al culo, ma almeno non avrò mai collaborato, non avrò mai venduto un quarto d’ora di diritti in più per un viaggetto gratis, non avrò mai giocato al ruffiano e non avrò mai ceduto alle lusinghe della convenienza professionale. I maligni la chiamano scostanza e brutto carattere. Nei Paesi civili si chiama coerenza. E ho deciso di comportarmi come se in un Paese civile ci vivessi davvero. Pur in minoranza. Pur da sola. Esiliata in Patria. Sempre meglio che giullare dell’ennesimo buffone di turno.

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