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Giovani si rimane

Centoquindici anni. Secondo uno studio delle Università di Tilburg e Rotterdam anticipato in una nota qualche settimana fa, è questa l’età massima a cui potremmo mai ambire. Perché, è vero, il numero di persone che raggiungono i 95 anni è triplicato dal 1986 al 2015, ma la durata massima della vita è rimasta la stessa. Inoltre, gli anni in salute stanno diminuendo, con il rischio di essere sì, novelle Highlander, ma un tantino acciaccate. Eppure oggi è la scienza a fornirci gli strumenti per rallentare il processo di invecchiamento. Ed esiste una medicina della longevità che insegna ad agire su prevenzione e stile di vita. Nutrire speranze quindi è possibile, soprattutto in un tempo in cui persino i megafoni dei media parlano attraverso i volti di Hellen Mirren, Lauren Hutton, Charlotte Rampling, suggerendoci che l’età, quella anagrafica, non è più un problema. Il mensile più famoso degli Stati Uniti dedicato alla bellezza, Allure, ha persino deciso di abolire il termine anti-age. Che gli anni messi in fila non sono una cosa da combattere, nascondere o curare. Che la longevità, non è la giovinezza ostentata in corpi plastici (o più spesso di plastica), né un’esaltata corsa all’eternità, ma un equilibrato benessere tra corpo e mente per cui, come dice Margherita Enrico (in libreria con I segreti della longevità, Sperling & Kupfer): «Non esiste un limite (d’età). L’unico limite è lo schema mentale in cui ci chiudiamo. Quando diventiamo restii ai cambiamenti, quando pensiamo di non poter fare una cosa e non ci poniamo più obiettivi, quando smettiamo di guardarci allo specchio e di desiderare, allora sì, gli anni passano. La gestione delle emozioni è fondamentale per contrastare l’invecchiamento, quanto la medicina o l’alimentazione». Insomma, con volontà e pensiero positivo, tutti possiamo essere l’età che scegliamo di avere.

Corpo. Che la forza sia con noi

Una volta c’era la ginnastica facciale, tutto uno sbattere di palpebre e fare versi con bocca e guance per tonificare la muscolatura del viso e ottenere un lifting naturale, ma oggi il tempo delle belle statuine è finito ed è tutto il corpo che deve funzionare. «L’attività fisica è indispensabile per allungare l’aspettativa di vita, ma va pensata in modo che sviluppi tutte le capacità funzionali: resistenza, forza ed elasticità», dice Massimo Spattini, medico specializzato in Scienza dell’alimentazione e Medicina dello sport nonché presidente dell’Accademia Funzionale del Fitness-Wellness-Antiaging e autore di Antiaging e lo stile di vita integrato (Tecniche Nuove). «Le attività aerobiche, dalla corsa al ciclismo, aiutano nella prevenzione delle malattie cardiovascolari, andando avanti con l’età però, quando, specialmente dopo i “50”, insieme alla forza si perde fino all’uno per cento di massa muscolare l’anno, è indispensabile lavorare con i pesi. Gli studi hanno dimostrato che questo allenamento, non solo aumenta massa e densità ossea, ma ha un effetto epigenetico, ovvero è capace di cambiare l’espressione dei geni legati alla longevità. Inoltre, determina un aumento della funzione mitocondriale, con una migliore produzione di energia a livello cellulare, e un muscolo che torna a essere efficace e quindi giovane».

Strategie di lunga vita: trova il tuo Ikigai

Ne hanno parlato persino al World Economic Forum, il segreto di una vita lunga e appagante è giapponese e si chiama Ikigai. Unione di ikiru (vivere) e kai (la realizzazione di ciò che si spera), rappresenta quel qualcosa che dà senso all’esistenza quotidiana. Ognuno ha il suo, di ikigai, e per trovarlo può aiutare porsi quattro domande: Cosa ami? Cosa sei capace a fare? Cosa si aspetta il mondo da te? Quanto sei disposto a investire per ottenerlo? Shigeaki Hinohara, il medico giapponese esperto di longevità scomparso a luglio all’età di 105 anni, lo riassumeva in una parola: lavoro. Perché smettere di essere produttivi, non avere interessi e non impegnarsi nemmeno in un’associazione di volontario, aumenterebbe il rischio di morte dell’11 per cento. L’ikigay in definitiva, come dice Bettina Lemke, in libreria dal 4 ottobre con Ikigai. Il metodo giapponese. Trovare il senso della vita per essere felici (Giunti), è uno stile di vita. Il migliore.

Alimentazione. La tavola della nonna allunga la vita

Gli studi non lasciano dubbi: ridurre l’apporto calorico di quasi un terzo protegge da malattie neurodegenerative e fa guadagnare anni di (buona) vita. Ma si guadagnano anni anche diminuendo la carne e aumentando le verdure, eliminando zuccheri e grassi cattivi, e mettendo in tavola più carboidrati complessi e il pesce una volta la settimana. Queste le linee guida ricavate da test clinici e dallo studio delle abitudini alimentari di alcune popolazioni centenarie, dalla Calabria alla California, dalla Costa Rica alla Grecia, racchiuse nel nuovo libro dello scienziato Valter Longo (disponibile il 16 ottobre) Alla tavola della longevità (Vallardi). La novità sta nell’inserimento nella sua Mima Digiuno, cinque giorni al mese di pseudo digiuno per rigenerare tutto l’organismo, di ricette tradizionali di dieci zone italiane. Perché, più che nei superfood, dalla papaya alla curcuma, il cibo della longevità si trova nelle tradizioni locali. Insomma, dagli Etruschi in poi, il segreto sta nella tavola dei nonni.

Gentilezza e cervello, la meglio gioventù

Chi l’avrebbe detto, essere intelligenti allunga la vita. Lo hanno dedotto alcuni studiosi dall’Università di Edimburgo che, dopo aver seguito per 68 anni quasi 60mila bambini testati nel quoziente intellettivo, hanno visto che chi aveva un maggiore IQ aveva sviluppato meno fattori di rischio per la salute. Gli “intelligenti” fumano meno, per esempio. Qualsiasi cosa ne si pensi, sarà il caso di mantenere un cervello, se non da genio, almeno brillante. Per questo c’è lo Staying Sharp, un addestramento messo a punto dal neuropsicologo David Alter e dallo psichiatra Henry Emmons e che prevede tecniche per assicurarsi, come recita il titolo del loro libro-manuale, Una mente sempre giovane (Feltrinelli). Primo, coltivare la mindfulness, ovvero la capacità di controllare l’attenzione senza farsi distrarre. Secondo, muoversi, che chi fa movimento ha un ippocampo con un volume superiore del 2 per cento. Terzo, dormire, che una ricerca dell’Università di Berkeley ha confermato che il sonno è collegato alla memoria. Ma ci si può esercitare anche alla curiosità, trascrivendo i sogni o forzandoci a uscire dalla nostra confort zone almeno una volta alla settimana; si possono prendere lezioni di ballo per socializzare; e ci si può sforzare nell’ascolto del prossimo per essere più empatici.

Già pubblicato in Gioia! N.40 ottobre 2017

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