Controbalzo
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L’ultima volta di Lleyton Hewitt

Ecco, qui di scommesse, insulti, svendite della sportività, non si parla. Qui si parla di Lleyton Hewitt, ex e più giovane numero 1 del circuito ATP (nel 2001 a 20 anni), vincitore di un memorabile UsOpen contro Pete Sampras nello stesso anno, e del torneo di Wimbledon nel 2002. Qui si parla di uno che, questa mattina, a 34 anni, ha giocato la sua ultima partita a casa sua, all’Australian Open, contro David Ferrer. Un match tra due autentici lottatori, tra due tennisti ruvidi che per questo sport, hanno dato sempre tutto quello che avevano. Lo Wall Street Journal ha scritto che Hewitt ha messo i semi per un nuovo modo di giocare a tennis. Ha mostrato ai futuri Federer, Nadal e Djokovic, la strada per trasformare la posizione difensiva da fondocampo in un gioco d’attacco. Qui però, in queste poche righe, le imprese, i dati tecnici e statistici, sono solo il contorno. Quando ha messo per l’ultima volta piede nella Rod Laver Arena, quello che tutti si sono chiesti è che cosa abbia provato Rusty, il soprannome che porta scritto pure sulle scarpe. E poi l’arbitro che diceva “Ready?”, il pubblico che era lì affamato di emozioni. Gliel’hanno domandato più volte, prima di questa mattina, del resto: «È difficile pensare che stai attraversando tutto per l’ultima volta, andare a giocare per l’ultima volta, passeggiare per quei corridoi per l’ultima volta», ha detto. Ma poi, come ogni volta, è sceso in campo e ha dato il meglio di sé.

Ferrer lo ha battuto in tre set 6-2, 6-4,  6-4 in più di due ore e mezzo di partita con scambi anche lunghi risolti dalla stanchezza e qualche guizzo d’orgoglio di un lottatore che non muore mai, come quell’ottavo gioco del secondo set in cui con le unghie e con i denti si è attaccato alla palla del controbreak. Come quando nel terzo riesce a riagguantare Ferrer sul 3 a 3. Ed è un boato. Ma, come tutte le partite di addio, il vero avversario non è chi sta dall’altra parte della rete, ma la storia che hai dietro le spalle. Tutto scivola verso la fine in un’atmosfera quasi sospesa, di estrema cura. Tutto fa capire ancora una volta che la vittoria è solo una parte del senso vero dello sport. Perché quando si può ricostruire la storia di un uomo attraverso la fatica messa in campo, lo sport ci dice la cosa più seria e vera: che la fine – della partita, della carriera – verrà, sarà di fronte a un pubblico vociante, e allora sarà meglio aver lottato con onestà con tutti gli strumenti che abbiamo avuto a disposizione. Perché non bisogna lasciare nulla di intentato per provare a essere migliori. E Hewitt l’ha fatto.

Tutto questo comunque ha messo la parola fine a venti stagioni, quasi 900 partite, 80 settimane totali in cima al mondo del tennis e molti «C’mon!». Pone fine ai problemi fisici che gli sono costati classifica e onori. La finale che non ha giocato nella Hopman Cup per la varicella, la sconfitta al primo turno degli Australian Open, le tante operazioni… Ma come ha dichiarato lui stesso: «Nel tennis la delusione è una delle più grandi emozioni, ed è inevitabile perché a un certo punto del torneo, perdi». La cosa più importante è però, e nonostante tutto, lottare giorno dopo giorno. «Questa è una delle cose che mi mancheranno di più» ha detto. Il futuro gli propone, a parte i suoi tre figli, fare da mentore a una nuova generazione di australiani come Nick Kyrgios, Thanasi Kokkinakis, Bernard Tomic, Marinko Matosevic, Samuel Groth e James Duckworth. Quindi, ci sia permesso, questa volta lo diciamo noi, «C’mon!» Rusty.

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