Donne
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Mammina cara

«Mia madre? Semplicemente non è una mamma. Mi ha sempre rinfacciato i gesti di accudimento che, a suo parere, mi aveva elargito quasi fossero regali. Ho cominciato a rendermene conto quando ho avuto la prima figlia: è stato allora che ho capito cosa fosse uno sguardo amorevole; che quello che si dà ai figli non si rinfaccia. Fino a trent’anni invece, mi sono sentita in colpa di esistere, con un’autostima sotto i tacchi che ha segnato ogni mia scelta. Poi, un giorno, non ce l’ho fatta più e ho detto basta». Laura ha reciso i rapporti con la madre cinque anni fa, alla morte del padre. Non è usuale sentir raccontare in questo modo l’amore materno. Un amore di solito scritto con la “A” maiuscola, santificato nella sua capacità di comprendere e sostenere. Eppure, accanto a una maternità idealizzata, esaltata, persino a una “mammitudine” iper professionale che spadroneggia nei blog, esiste un conflitto familiare al femminile forte e spesso sottaciuto da chi, in quanto figlia, fatica ad ammettere il “disamore” ricevuto.

Madri e figlie a confronto
«Tra madre e figlia c’è il rapporto a più alto voltaggio emotivo della nostra vita. È un legame che non ha paragoni. Durante i miei workshop di scrittura autobiografica, non c’è donna che nel raccontarsi non faccia i conti con la figura materna», dice la scrittrice Iaia Caputo da pochi giorni in libreria con Era mia madre (Feltrinelli), dialogo a distanza tra tre generazioni di donne, madri, figlie e nipoti, che si riscoprono a ritroso, tra rivendicazioni, malintesi, separazioni dolorose. «Mi sono chiesta cosa significhi oggi, per una madre, lasciare un viatico a una figlia che diventa adulta. E come una figlia possa accoglierlo. Non credo nei rapporti educati, nell’esistenza di buone o cattive madri; credo se mai negli esseri umani, con i loro momenti di eroismo e di debolezza, e nella complessità di un rapporto imperfetto». Un rapporto che si sta modificando nel tempo se, come racconta Caputo nel romanzo, intercetta anche i risentimenti di una generazione “precaria vita” e di un’altra “che ha avuto tutto”; e se, come sostiene la psicanalista Laura Pigozzi, autrice di Mio figlio mi adora (Nottetempo), «oggi si finisce spesso per fare un figlio non più come progetto di coppia, ma come premio tutto per sé».

Che fine ha fatto l’istinto materno
«Viviamo in un momento storico in cui è spesso la madre a essere l’unico genitore. E talvolta, non è molto differente dal padre-padrone di un tempo. Solo che l’esercizio di questo potere occulto non è riconoscibile perché ammantato di tenerezza, condivisione di pelle e corpi. Non mi piace parlare di cattive madri però. Preferisco parlare di madri smarrite che nella loro apparente adorazione impediscono al figlio di crescere ed essere indipendente» continua Pigozzi. E non è difatti raro sentire di madri che pretendono dalle figlie la continua conferma di quell’amore che, al contrario di quello del marito o compagno, è considerato dovuto. «Dovevo andare da lei tutte le domeniche, telefonarle ogni giorno. Mi ha sistemato casa, seguito passo dopo passo nei primi anni di mio figlio. Pensavo fosse una favola e invece era una prigione perché alla fine ogni altro legame, compagno compreso, era sminuito ai suoi occhi. In analisi ho capito che era anche responsabilità mia, in quanto figlia, sciogliere quel nodo e così ho fatto», dice Michela. Perché pensare che l’amore materno sia puro e scontato, come scriveva già Élisabeth Badinter in L’amore in più. Storia dell’amore materno (Fandango), è il più grande errore che umanamente si possa fare. O perché, come chiarisce Pigozzi: «L’istinto materno non esiste, è riservato agli animali. Esiste se mai un sentimento materno che si sviluppa nella cura del piccolo fin dalla gestazione, ma il desiderio di non maternità ha uguale cittadinanza».

Maternità, tra obblighi e pentimenti
Che poi è quello che si legge nelle interviste che Orna Donath, sociologa della Ben Gurion University, ha raccolto nel saggio Regretting Motherhood, rivelando che, ebbene sì, di diventare madri ci si può anche pentire. «Dopo tutto, ho pensato che non era adatta per fare la mamma. Forse ai suoi tempi questo era il destino di una donna e non ha potuto tirarsi indietro. Poi però se ne è andata all’estero quando avevo sei anni e tornava solo per criticare le mie scelte o mettere in risalto doti che non ero riuscita a sviluppare», dice Paola. «Non l’ho mai negato, mi sono chiesta spesso cosa avrei fatto senza i miei figli. Ho immaginato una vita migliore, più appagante. E confesso, che nei momenti di rabbia, l’ho anche gridato loro. Succede, anche se poche lo ammettono», fa coro Bianca, madre “pentita”. A conferma di una complessità nell’essere madri, figlie e donne, che non può esser ridotta a un’idea sempre uguale a se stessa. Come saggiamente commenta Iaia Caputo: «Quello che è difficile è diventare ed essere adulti. La separazione, necessaria, tra madre e figlia non avviene mai in un colpo netto, ma attraverso strappi successivi, talvolta dolorosi». Il che implica, in genere, un gran coraggio, molti sbagli, e alla fine, la forza di perdonare e perdonarsi.

Nella foto un frame tratto dal film Mammina cara (Mommie Dearest)  del 1981 diretto da Frank Perrin cui Faye Dunaway interpretava la “mammina” Joan Crawford.

Articolo pubblicato su Gioia! n. 20 maggio 2016Schermata 2016-05-19 alle 10.30.36

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