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Due chiacchiere con Raffaele Mantegazza

Raffaele Mantegazza è professore in scienze dell’educazione e formazione all’Università Bicocca di Milano. Si occupa di Pedagogia generale e sociale e ha scritto molti libri in merito. Ho fatto due chiacchiere con lui in occasione della mia inchiesta sul merito a scuola pubblicata su Gioia! (la potete leggere a questo link). Quella che segue è l’intervista integrale.

Merito e scuola, un binomio difficile, proviamo a dire perché?
Se si vuole definire che cosa sia il merito scolastico, il merito di una scuola, secondo me è necessario partire da quello che è il mandato della scuola secondo la nostra Costituzione, e cioè quello di formare il cittadino e il cittadino è colui che sa condividere il proprio sapere, che sa collaborare e mettere a disposizione i propri talenti nella comunità. Ecco, se la scuola deve fare questo, allora il merito non è del ragazzino che sa tutto, ma di quello che è in grado di condividere il proprio sapere. Andare bene a scuola, significa anche saper collaborare con gli altri in un gruppo di lavoro soprattutto disomogeneo, essere propositivo, crescere con gli altri.

La valutazione però a scuola è un tema molto sentito, dai ragazzi e dai genitori.
Il fatto è che bisognerebbe lavorare sulle risorse e non sulle mancanze. Spesso io agli insegnanti dico di fare uno sforzo e, all’inizio di ogni colloquio, di dire sempre una cosa positiva sul ragazzo o la ragazza. Partire sempre da una nota di merito e, per piacere, evitare di usare il termine lacune…

Si è molto parlato, recentemente, della divisione nelle classi per gruppi di livello. Lei è stato critico, ma bisogna anche dire che l’insegnamento personalizzato è uno dei pilastri dell’insegnamento, e che il “compito uguale per tutti” è palesemente inefficace…
Questo è assodato, l’insegnamento uniforme e a compartimenti stagni è inefficace, tanto è vero che io per esempio sono persino favorevole alle classi aperte, anche di differenti età. Un conto però è dare contenuti diversi per diverse competenze e un conto darne per diversi livelli. Il vero problema è trovare la specificità di ciascuno, e per far questo è necessario mettere in atto un lavoro interdisciplinare… solo rompere le barriere tra i saperi garantisce la personalizzazione dell’insegnamento e l’emergere di talenti ed eccellenze.

E come la mettiamo con i più bravi della classe? Con quelli che hanno tutti 9 e 10?
Guardi, non vorrei mai che si pensasse la scuola dei geni, il genio è genio a prescindere, ma non è questo il caso… In ogni caso, se si dà a chi ha 10 in greco un autore più difficile, un libro in più, l’importante è che poi la cosa sia restituita alla classe e che non sia sempre lui (o lei), quello che ha 10 in greco, ad essere protagonista. La questione della socializzazione non è di poca importanza.

Ma non crede che bisognerebbe anche rivalutare il valore, e il merito, di studiare molto e bene?
Per arrivare a dei risultati occorre tanta fatica e lavoro: questo è un messaggio che bisogna tornare a dire chiaramente a tutti i ragazzi, ma non solo a quelli “bravi” in modo canonico. Una volta trovata la propria specificità, la propria area di eccellenza, in quel campo va preteso il massimo, si deve dare il massimo.

Nella foto, scuola primaria a Laos.

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