Donne
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Maschi si cresce

Si chiama il gioco del “Cammina come se”. Camminano, ragazzi e ragazze, come se fossero uomini e donne, marocchini o texani, belli e belle, brutti o brutte. «È un modo per ragionare su stereotipi maschili e femminili, per scoprire su di sé che la bellezza è sempre sciocca e civettuola, che il maschio “vero” ha un passo deciso e prepotente, e che mettersi nei panni di un altro può farci sentire a disagio». Monica Pasquino è la presidente di Scosse, associazione che promuove nelle scuole l’educazione e la valorizzazione delle differenze lavorando su competenze emotive ed empatia: «Ognuno di noi è portatore di differenze, di carattere, di genere, di salute, di etnia. Siamo convinte che il rispetto o è per tutti o non è per nessuno, e che educare all’accettazione del “diverso” partendo dal “diverso” che ognuno scopre dentro sé, emozioni negative comprese, è il primo passo per smontare gli stereotipi che sottendono relazioni diseguali e violente tra i generi». Anche Scosse, insieme alla neonata Rete Nazionale di associazioni impegnate a valorizzare le differenze, sarà alla manifestazione romana del 26 novembre, ma lavorare sull’educazione, e soprattutto su quel modello di mascolinità che ingabbia i maschi dentro un ruolo che li vuole virili, coraggiosi, con prestazioni da campioni in sport e sesso, vincenti e imbattibili, è forse la prima strada da percorrere per fermare quella che per molti è una “naturale” predisposizione all’aggressività.

«Il progetto Maschio per Obbligo è un contributo alla prevenzione della violenza alle donne» dice Giulia Borgioli, filosofa esperta di studi di genere e coordinatrice dell’iniziativa toscana. «Quando leggiamo le domande che ragazzi e ragazze scrivono in modo anonimo sui bigliettini, capiamo subito quali sono le dinamiche che governano la relazione sessuale. “Come faccio a convincere una ragazza a stare con me?”, “Una ragazza facile quanti ragazzi ha avuto?”, “Quanto deve durare un rapporto sessuale?”, “Quanto deve misurare un pene?”, si chiedono. Tutto è vissuto come performance, un atto in cui il maschio deve dare atto delle sue abilità; quasi mai la relazione è un rapporto tra pari» conclude Borgioli. E del resto, basta andare a un campetto di calcio qualsiasi per rendersi conto quanto, fin dall’infanzia, il modello del maschio vincente, che sopporta dolore e fatica e non piange mai, sia condiviso. O magari tendere l’orecchio a qualche spogliatoio (ha fatto scalpore il recente caso dei commenti sessisti della squadra di calcio dell’Università di Harward nei confronti delle colleghe del team femminile), per sentire come le offese siano considerate semplicemente innocenti battute da maschi.

«Lo sport è uno degli ambiti in cui si costruisce l’identità maschile. Purtroppo,» dice Mario Salisci, sociologo, formatore presso il CIO e autore del Un corpo educato (FrancoAngeli), «quasi mai viene usato per educare alla relazione. L’obiettivo è sempre la competizione, la vittoria, la sopraffazione dell’avversario, con il risultato di rafforzare quelle derive narcisistiche maschili che possono sfociare in aggressività e violenza. Nessuno si ferma a pensare che senza l’altro non si potrebbe nemmeno giocare, figurarsi vincere, sensibilità applicabile anche al rapporto di coppia. La divisione tra sessi in adolescenza, per esempio, può persino rafforzare quegli stereotipi in cui soprattutto i maschi si trovano ingabbiati». La gabbia che è la maschera di cui parla la regista Jennifer Siebel Newsom nel docufilm The Mask You Live In, da poco disponibile su Netflix, e che mostra come ricoprire il ruolo dell’uomo tutto successo e sesso, che non chiede e non piange mai, porta a depressione, ansia, violenza.

«Il modello imperante di mascolinità si è giocato culturalmente su quattro pilastri: aggressività, razionalità, antitesi del femminile, emancipazione dal proprio corpo», dice Elisabetta Ruspini, docente all’Università Milano-Bicocca ed esperta di processi di costruzione delle identità di genere. «Gli uomini non sono abituati ad ascoltare il proprio corpo, alcuni lo usano come un’arma, ed è su questa base culturale che si innesta la violenza. Certo, le generazioni stanno cambiando, nonostante il contesto italiano sia estremamente resistente e la mancanza, nelle politiche scolastiche, di educazione di genere, e ci sono, proprio tra uomini, esempi virtuosi (Maschile Plurale è uno, ndr) di associazioni che si interrogano sui lati oscuri di un modello maschile che, per altro, ha costi altissimi in termine sociali» conclude Ruspini.

Costi che la cronaca ci restituisce ogni giorno, come ci racconta della diffidenza di affrontare temi quali l’educazione di genere, affettiva, sessuale. «L’errore che vedo più spesso è confondere il genere con l’orientamento sessuale», dice Benedetta Gargiulo, tra le ideatrici del Gioco del Rispetto che, dopo essere stato bollato dalla nuova giunta triestina, è stato richiesto dalla regione Valle D’Aosta (a ottobre è partita la formazione per le insegnanti della scuola materna), e dai comuni di Parma e Siracusa. «I genitori hanno paura che un maschio che gioca a stirare sia percepito come un “diverso” e questo la dice lunga sulla strada che dobbiamo ancora fare». Tanta, tantissima, se si pensa che nelle scuole finlandesi i lavori di casa sono materia scolastica e che in quelle danesi si insegna l’empatia da vent’anni. Più che marciare insomma, sembra il caso di correre.

Articolo pubblicato su Gioia! n. 46 3 dicembre 2016.

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