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Nuovi maschi: tutti casa, scuola e famiglia

[Pubblicato su Oggi il 8 giugno 2014]  All’ennesimo licenziamento, da parte della molto vivace mamma anziana, della servizievole badante di turno, Alicia suggerisce al marito: «Prova con un uomo!». «Un uomo!», risponde lui. «Sì, cerca un uomo che si prenda cura di lei e vedrai che mammina starà più tranquilla». Arriva così un signore che si presenta come infermiere professionale, che limita con una certa autorevolezza alcuni eccessi senili, e che in pochi giorni ristabilisce silenzio e benessere. La scena, per la verità presa da una puntata della serie americana di successo The Good Wife (moglie e marito sono ovviamente i protagonisti Alicia e Peter Florrick), illustra alla perfezione ciò che sempre più spesso avviene nelle famiglie italiane. Sì, perché proprio nel Bel Paese, dove i lavori così detti “di cura” erano, fino a poco tempo fa, territorio prevalentemente femminile, un numero sempre più crescente di colf, baby sitter, casalinghi e badanti maschi, sta cambiando il mondo del lavoro, e quindi scardinando molti pregiudizi sui lavori considerati “da donna” o “da uomo”. «La verità è che non c’è nessun elemento di innatismo per attribuire a priori un tipo di lavoro a un uomo o una donna. Si tratta più di un’aspettativa sociale e di una tradizione culturale che portano a educare i diversi sessi a diverse professioni e quindi a sviluppare in modo differente alcune competenze».

Chi parla è Margherita Sabrina Perra, autrice, insieme a Elisabetta Ruspini, del libro Trasformazioni del lavoro nella contemporaneità. Gli uomini nei lavori non maschili, il primo che prova a indagare in modo sistematico un fenomeno che in Europa è già realtà, e che raccoglie molte storie interessanti. Soprattutto storie di uomini che hanno scelto di fare lavori “da donna”. C’è un laureato di 35 anni, per esempio, che ha deciso di occuparsi di casa e figli mentre la moglie va al lavoro. Un altro che ha fatto di tutto pur di diventare maestro elementare, un altro ancora che rivendica il suo status di baby sitter. A complicare la vita, sono semmai le fidanzate, i papà, gli amici, la scuola che non ti fa compilare il modulo. È difficile rispondere “faccio il casalingo” si legge in una testimonianza, ma alla fine, tutti dovranno accettare: «Se le donne possono fare gli amministratori delegato, perché io non posso fare il badante?». Anche perché, per la verità, quando gli uomini si mettono a fare lavori “non maschili”, subito qualcosa cambia. «La cosa che emerge in modo piuttosto chiaro» continua Perra «è l’approccio professionale degli uomini che si avvicinano ai lavori di cura. Non si fanno neppure chiamare badanti, ma collaboratori familiari alla cura; non baby sitter, ma male tutor che non si limitano alla custodia del bambino, ma lo aiutano a sviluppare alcune conoscenze, magari linguistiche o sportive.

In Europa, questi uomini, hanno costituito una vera e propria lobby con centri di formazione e selezione del personale ad hoc, perché persino trovare impiego con il classico passa-parola è considerato poco serio». Ma c’è di più. Al contrario delle donne, gli uomini non usano mai il fattore emotivo o relazionale nel rapporto con il datore di lavoro. Non si occupano del “nonnino”, non sono la “seconda mamma” o il “secondo papà”, non enfatizzano l’affetto o il sentimento. Essi dimostrano, o tendono a dimostrare, semplicemente la loro competenza e la loro efficienza. Il che, a quanto pare, piace, perché, a parità di lavoro, riescono a guadagnare di più, a migliorare più in fretta il loro status, e a fare più carriera. In Italia, siti organizzati sull’esempio dei tato/manny anglosassoni (parola derivante da male+nanny) come l’australiano My Nanny, l’americano NYCMannies, o l’inglese Royal Nannies, non ce ne sono. Alessandro Scali è forse il più famoso baby tutor d’Italia, ma il fatto che, all’ottava stagione, un programma come SOS Tata abbia messo un tato, la dice lunga sulla rivoluzione nel settore dell’assistenza domestica di piccoli e grandi. E soprattutto sulla crescita della domanda.

Conclude Perra: «Nel caso degli anziani, sembra che le famiglie abbiano compreso che l’approccio maschile riesca a rompere meglio quella sorta di dittatura delle assistite rispetto a chi le assiste… Il badante impone una diversa e precisa gerarchia e le richieste, in termini di disponibilità oraria o di prestazioni, tendono a contenersi. Per quanto riguarda i bambini invece, sono soprattutto le madri separate a richiedere una figura maschile: pensano che un uomo che accompagna il proprio figlio, o la propria figlia, a fare sport o alle feste, riesca a compensare un vuoto formale». Comunque la si pensi, bisogna constatare che la presenza degli uomini in questo settore, sta aprendo la strada a una maggiore professionalizzazione dei lavori di cura. Inoltre, cosa di non poco conto, questa trasformazione sociale incide in modo profondo sul concetto tradizionale di mascolinità. Se i giovani uomini oggi non hanno paura di esprimere la loro identità emotiva e relazionale, se sono genitori partecipi praticamente ed emotivamente e quindi vicini a quello che, per cultura e abitudine, era un ambito esclusivamente femminile, è naturale che si apra per loro anche la dimensiona lavorativa. E che, per esempio, gli uomini casalinghi costituiscano una rete per dire che la vita domestica in fondo è un piacere.

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