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Meglio soli

Durante un suo discorso alla Milanesiana di qualche anno fa, Salman Rushdie disse che la civiltà mondiale avrebbe dovuto ringraziare l’Italia per il dono più grande ricevuto: «La sovranità del nostro io individuale, idea nata nel Rinascimento fiorentino». Un “Io” individuo, ma non per questo solo, poiché, lo scrittore indiano continuava: «Nessuno di noi viene al mondo con la testa vuota. Portiamo con noi il bagaglio del nostro patrimonio, sia biologico che culturale…». La libera personalità, lo sfoggio della propria soggettività, la dimensione della scelta privata, ha per molti storici le sue radici nel Rinascimento (Die Kultur der Renassaince in Italien, 1860, Jacob Burckhardt); epoca quest’ultima che ha valorizzato fortemente la dimensione biografica, molto prima che la pretesa di essere individuus, e quindi unici, non divisibili, costituisse quella sorta di senso di colpa della modernità e della cultura occidentale. Le critiche a questa supposta presunzione sono d’altra parte arrivate dalle menti più autorevoli del nostro tempo. E a ragione. Perché mentre il senso comune si sgretolava, mentre la dimensione collettiva implodeva, quello che emergeva era un essere umano conformista e nello stesso tempo compiaciuto, narcisista ed egotico, salvo poi vivere, o sopravvivere, in una diffusa sfiducia esistenziale avendo perso, quasi senza accorgersene, il suo “senso sociale” . (La solitudine del cittadino globale, Zygmunt Bauman, Feltrinelli).

Essere individui, e nonostante questo sia a tutti gli effetti un fondamento biologico indiscutibile, non è un percorso di facile affermazione. E se Rushdie dice che: «Viviamo in un’epoca in cui siamo esortati a ridurre e limitare sempre di più la nostra individualità, a comprimere la nostra multidimensionalità dentro la camicia di forza di un’identità nazionale, etnica, tribale o religiosa a una dimensione”, è anche vero che il raggiungimento della libertà assoluta e personale, si è spesso rivelata una realtà illusoria che nasconde ai più modelli imposti dall’“alto”. Questo vale per tutto. Anche quando crediamo di intraprendere un’esperienza “su misura”, quando rincorriamo l’originalità o il “mai visto”. Il riscatto del sé, invece, la determinazione a seguire la propria strada pur incrociando le singolari strade degli altri, l’ostinazione a realizzare e governare se stessi, senza per altro dimenticare di essere l’unica parte di un tutto, si realizza per tutt’altri cammini. Per usare le parole di Carl Gustav Jung: «Ciascun essere umano è una forma di vita in se stessa unica e irripetibile. L’uomo nasce con la sua individualità. Ma c’è qualcosa che egli può fare al di là e al di sopra del materiale precostituito della sua natura, e cioè può diventare cosciente di ciò che lo fa essere la persona che è, e può consciamente adoperarsi per connettere ciò che egli è con il mondo che lo circonda. E questo è forse il massimo che ci è dato di fare» (Jung parla. Interviste e incontri, Adelphi). Ciò che ci viene detto, in umile sintesi, è che per esaltare la nostra unicità, più che liberarsi dai vincoli del globale indifferente e indifferenziato, si deve coraggiosamente costruire legami. Uno ad uno. È quello che Alexis de Tocqueville definiva un “illuminato amore di se stessi”, una virtuosa individualità, che porta all’incontro con gli altri e scarta la solitudine.

E d’altra parte, nulla è più sovversivo, disruptive direbbero oggi, che concepire gli esseri umani come corpi e menti testimoni di unicità, irripetibili, e per questo degni, uno per uno, di essere tali. Nulla è più fondante della nostra possibilità di essere ed esistere realmente individui, infine, che la ribellione e la disobbedienza. Il 21 luglio scorso, al Massachusetts Institute of Technology di Boston, verrà assegnato per la prima volta un premio di 250 mila euro, il Disobedience Award, a chi sarà riuscito, in quest’anno, a disobbedire meglio. Lo ha deciso l’attivista e direttore del Mit Media Lab Jōichi Itō, spiegando al New York Times “che ci sono persone che fanno cose importanti infrangendo le regole, pur sapendo che verranno punite”. Pur sapendo che sono, loro malgrado, delle voci fuori dal coro. Quando si va in-contro a qualcosa di nuovo, che sia un diverso assetto sociale, una cultura sconosciuta, o un essere umano ignoto, qualche regola si infrange sempre. A partire dal buon senso comune. Eppure in quel rischio, in quella assunzione di responsabilità della nostra esistenza, risiede la possibilità di realizzarci come individui. Senza aver timore di essere soli, o peggio, di essere in minoranza. Ci consoli il fatto che la storia, con i suoi corsi e ricorsi, è fatta anche da quelle minoranze virtuose, dimenticate o ignorate, rimaste fedeli alla loro “contro cultura”. Mesi fa fece scalpore un articolo scritto per il quotidiano inglese Independent da un’accademica londinese, Eliane Glaser, che invitava a smettere di vergognarsi di essere parte di un élite progressista e intellettuale. E se la lotta di classe è stata trasformata in una lotta contro la cultura (o le culture), era necessario continuare a difendere le competenze rigorose, le idee difficili, il valore dell’intelligenza, senza nascondersi. Bisognerebbe ricordarsi che a turno, in fondo, finiamo tutti con lo scoprirci deserti su un’isola. Dei Robinson Crusoe costretti, dalle circostanze ma per serena scelta, a ricostruirci un mondo su misura, magari un mondo che abbia la gentilezza di somigliarci. Eppure persino da naufraghi, soli, si può diventare signori dell’Isola. Basta incontrare un Venerdì.

Articolo già pubblicato sul mensile Dove a luglio 2017

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