Food
Leave a comment

Mindful eating. Smetterla di fare diete ed essere felici

Mettete un acino di uva passa nel palmo della mano, osservatene il colore, la forma, la superficie. Quindi prendetelo tra le dita e sfregatelo, schiacciatelo dolcemente, avvicinatelo al naso e sentitene il profumo. Potrebbe emettere qualche suono? Avvicinatelo all’orecchio e ascoltate. Ora mettete in bocca l’acino, ma non masticatelo: prima cercate di avvertire il sapore, la consistenza, la ruvidezza. Una volta stretto tra i denti e quindi nello stomaco, visualizzatene il percorso e chiedetevi quale appagamento, fisico ed emotivo, vi ha dato. È questo uno dei primi esercizi di alimentazione consapevole proposti dalla Stress Reduction Clinic dell’Università del Massachusetts. Come sostiene la pediatra e abate del monastero zen Great Vow in Oregon Jan Chozen Bays, autrice di Mindful Eating (l’alimentazione consapevole appunto) pubblicato in Italia da Damiani Editore, il problema è che negli ultimi anni ci siamo “ammalati” di nutrizionismo. Mangiamo in maniera scientifica seguendo con ansia l’ultima ricerca, e dieta, del momento; scegliamo gli alimenti sempre più razionalmente basandoci sui dati nutrizionali, ma ci dimentichiamo che il cibo è soprattutto piacere. Ci dimentichiamo che noi non siamo solo biochimica, ma anche emozioni, e queste emozioni spesso trascurate hanno un potente effetto sul nostro rapporto con il cibo. E in definitiva, sul nostro peso.

Al cuore del cibo

Lo specialista in Scienze dell’alimentazione e nutrigenomica Damiano Galimberti la chiama, nel suo libro La Dieta del Dna (HarperCollins), la variabile emozionale. Ci sono infatti stati d’animo che condizionano il nostro metabolismo. Per esempio, ridere non solo contribuisce alla produzione di neuro-ormoni che aiutano a ridurre l’appetito, ma favorisce anche l’attivazione di quei mitocondri che aiutano a mantenere il peso corporeo. L’ansia, la depressione, la rabbia, e persino la vergogna, mettono in moto, come è facilmente intuibile, processi opposti. Ma secondo Bays lo stato d’animo più pericoloso per la nostra alimentazione è la distrazione. Ingozzarsi con un sacchetto di patatine davanti la tv senza nemmeno rendersi conto di sapore o quantità, è differente rispetto al mangiare le stesse patatine messe in una ciotola, ad una ad una dopo averle osservate e assaporate, godendosene croccantezza e sapidità, e magari facendo una piccola pausa tra una e l’altra per dilatare il tempo del nostro confort food. Nel primo caso resterà una sensazione di disagio verso noi stesse, nel secondo, di una gratificazione consapevole. Il principale scopo della mindful eating è infatti restituire piacevolezza all’atto del mangiare, una piacevolezza che deriva dalla responsabilità di cosa, come e quanto mangiamo ogni momento della giornata e che è capace di trasformare anche il junk food in un alimento possibile (certo non l’unico!) senza sensi di colpa o autoflagellazioni.

Il trio della felicità

Non esistono insomma cibi buoni o cattivi, ma solo abitudini alimentari che ci fanno stare o meno bene. Lo pensa anche Emanuele Mian, psicoterapeuta specializzato in disturbi alimentari da poco in libreria con MindFoodNess (Mind Ed.) e on line con il sito emotifood.it: «Il nostro motto è “il cibo dà emozioni e spesso le emozioni diventano cibo”. Abbiamo messo a punto un metodo per educare a un corretto comportamento alimentare gestendo emozioni e nutrizione. Al centro c’è la persona, ma si utilizzano anche nuove tecnologie come la video-simulazione o app che monitorano metabolismo e composizione corporea», dice Mian. Che nel suo libro apre anche la strada a un diario psiconutrizionale per capire quali emozioni ci guidano verso il frigorifero o la dispensa. Capire perché mangiamo, è infatti fondamentale. Ci salverebbe, parafrasando le parole di Bays, dal nostro critico interiore, quello che ci giudica e ci fa sentire sbagliate persino quando abbiamo fame. Eppure aver fame è una cosa naturale, come è naturale che le nostre voglie si concentrino intorno al trio diabolico di zucchero, sale e grassi. Come spiega Bays: «Da sempre, il dolce rassicura perché ci dice che si tratta di un cibo commestibile; il nostro istinto innato a immagazzinare carburante giustifica la nostra passione per il grasso; il sale ha permesso agli umani di preservare il cibo e di intraprendere lunghi viaggi per mare e terra: insomma sono tre nutrienti essenziali per la sopravvivenza e l’Uomo li riconosce come preziosi, quindi perché dannarci?». Senza contare che questo trio è capace di condurci verso che quello che Mian definisce il “punto della beatitudine”, ed ecco perché i cibi industriali particolarmente elaborati ne sono pieni.

Psicostrategie da tavola 

La buona notizia è che la mente, una volta conosciuta, può diventare un’alleata. L’ansia amica delle grandi abbuffate per esempio, si gestisce rallentando il nostro pranzo. Uno dei modi per farlo è posare forchetta o cucchiaio nel piatto ogni volta che si mette in bocca un boccone per riprenderli in mano solo dopo aver masticato a lungo. Anche il potere degli occhi può essere utilizzato a nostro favore. Piatti e utensili da cucina più piccoli, sembrano infatti sempre pieni, mentre per non farci venire troppa aquilina in bocca semplicemente guardano un piatto, sarà sufficiente leggere le ricette senza guardarne la foto. Ma anche l’odore mette in moto emozioni che possono sollecitare la nostra voglia di cibo. La soluzione è imparare a nutrirsi di odori costantemente, annusando la polvere di caffe, la cannella, le erbe… tutto quello che abbiamo a disposizione. Infine, a tavola, fate conversazione. Parlare aumenta infatti l’ossitocina, un neurotrasmettitore che modula il tono dell’umore e che è considerato uno degli ormoni della longevità.

Articolo già pubblicato sul settimanale Gioia! n. 24 di giugno 2018

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.