Adolescentia
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Nove. Che età ha la morte?

Da tenere sempre a mente: i figli adolescenti sono un acceleratore di cambiamento e rinnovamento anche per gli adulti (l’avevo già scritto qui). Spesso noi vogliamo insegnare, condurre, educare appunto. Ma ci sono momenti in cui la nostra esperienza è di intralcio. In cui le nostre sovrastrutture emotive e culturali sono un velo ingombrante persino per la loro crescita. Mio figlio ha insistito molto per assistere il nonno morente, poi il funerale e la sepoltura. L’istinto (mio) protettivo lo avrebbe lasciato lontano da queste cose terrene, perché, in fondo, per noi si tratta di risparmiare loro l’addio, la sofferenza. Ma alla fine, anche un po’ di vita. Mesi fa la psicopedagogista Francesca Ronchetti scrisse un libro dedicato al tema dal titolo Non lasciarmi solo. L’adolescente di fronte al lutto, così ho voluto scambiare quattro chiacchiere con lei.

«Ritengo importante parlare della morte fin da bambini poiché spesso viene relegata agli spazi dell’indicibile…non se ne parla, ma, come la nascita, la morte esiste e riguarda tutti. Nel nostro Paese inoltre, la morte è un tabù… quasi non si trovano le parole per nominarla e i bambini futuri adolescenti non si confrontano quasi mai con il termine dell’esistenza umana. Eppure, il modo con cui gli adulti parlano di questo evento ha un effetto importante sul modo con cui bambini ed adolescenti reagiscono alla morte. Non parlarne, non serve a risparmiare loro dolore e tristezza. Anzi. Gli adolescenti hanno bisogno di sentire da parte degli adulti che è un diritto essere tristi e provare una moltitudine di emozioni, per lo più negative. Inoltre hanno bisogno di capire che il male che provano in quel momento non durerà per sempre e non va nascosto. D’altra parte, l’adolescente non è più un bambino ed è perfettamente in grado di capire la malattia e le sue estreme conseguenze, ha solo bisogno di informazioni sincere riguardo a cosa sta accendendo. Emozioni degli adulti comprese: dire loro cosa proviamo è infatti il modo più efficace per incoraggiare gli adolescenti a esprimere la loro, di sofferenza. Certo, è più semplice stare insieme nei momenti di gioia piuttosto che in quelli di dolore, ma se si riesce a stare uniti nella sofferenza allora il rapporto tra adulto e adolescente si arricchisce».

Ecco, ringrazio la dottoressa Ronchetti per la sua competenza. Quando si parla di adolescenza, non si risparmiano parole sulla dipendenza digitale, la scuola che non va, il bullismo… E così, anche nella comunicazione mediatica la morte sparisce. Eppure, la morte non ha età, e anche questo, può servire a stringere quel patto generazionale che si sta perdendo.

Nella foto, The funeral party, 1953, di L.S.Lowry

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