Controbalzo, Donne
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#azzurredentro: ecco le ragazze della Nazionale femminile di basket

Come è giusto, il primo tiro lo fa la capitana. Raffaella Masciadri, 37 anni, una delle veterane di questa Nazionale di basket che ha appena partecipato agli Europei in Repubblica Ceca, e che con dodici scudetti nel suo palmarès, quattro anni insieme alle Los Angeles Sparks, la versione femminile dei Lakers, è fresca di nomina alla presidenza della Commissione Atleti del Coni. «La pallacanestro mi ha dato tanto e io voglio restituire il ricevuto» dice. «Continuare a lavorare per gli atleti studiando percorsi di dual career che preparino a rientrare nel mondo del lavoro, è il mio obiettivo». Il suo piano B, qualcuno direbbe, a cui, insegna lo sport, si deve cominciare a pensare quando si è in corsa, soprattutto le donne, in genere pagate meno dei colleghi maschi e mai professioniste. Masciadri, per esempio, tra un campionato e l’altro, si è laureata in Scienze Giuridiche: «Studiare e giocare è una cosa che si può fare senza eccessivi eroismi. Basta essere determinate», assicura.

Ma forse c’è di più, perché come dice Mara Invernizzi, ex campionessa di basket, consulente finanziario (ma il corredo comprende anche un master in Marketing e Management per lo Sport in Bocconi) e vicepresidente della Federazione Italiana Basket: «Oggi può capitare a tutti di doversi reinventare. Chi pratica sport sa solo a priori che la sua prima carriera avrà un limite, ma l’allenamento a disciplina, tenacia e organizzazione, alla fine si trasforma in un vantaggio». Il che spiega perché, facendo due chiacchere con le cestiste, quelle che “giocano e basta” si contano sulle dita di una mano. Di queste non fa certo parte Francesca Dotto, classe 1993 che, in tasca lo scudetto 2017 con Le Mura Lucca, è la play maker della Nazionale. La regista, insomma, quella che legge la difesa avversaria e chiama gli schemi “a zona” o “a uomo”; ebbene, Francesca, tra gli allenamenti di mattino e pomeriggio, prende il treno, e da Lucca va a Pisa per frequentare il terzo anno di Ingegneria Civile e Ambientale trovando pure il tempo di giocare a scacchi. «Mi piace studiare e leggere, non so ancora se questo diventerà il lavoro della mia seconda vita, ma dedicarmi solo al basket non è una eventualità». E non che le ragazze manchino di competitività o dedizione alla causa: si allenano tutti i giorni e vogliono vincere, sempre, «anche quando giochiamo a carte», dice Dotto.

C’è chi la chiama determinazione, chi senso della realtà ché, senza un titolo di studio o una qualche formazione, non si va da nessuna parte. E d’altra parte, una giocatrice di serie A, eccezioni a parte, guadagna in media 1.200 euro al mese. Di contributi o tutele per la maternità, ovviamente, non se ne parla. Ne sa qualcosa Kathrin Ress, che veste la maglia della Famila Basket Schio, veterana della Nazionale (è anche la più alta con i suoi 1,93), e che è l’unica mamma della pallacanestro italiana. «Quando mi sono accorta di essere incinta, mi sono chiesta “come farò?” Non è una cosa che capita tutti i giorni nello sport. Oggi Sebastian ha cinque anni e viene come me agli allenamenti: lo sistemo sul tappetino, con giochi e merenda, e lui, bravissimo, sta solo o “aiuta” la custode a mettere in ordine i cartelloni della palestra». Così scopriamo che la conciliazione famiglia-lavoro non è un problema solo per chi va in ufficio, e che, anche per le madri che non timbrano cartellini ma centrano canestri, quelli a rimetterci sono i tempi per sé, mentre sacrificio, stanchezza, organizzazione a singhiozzo, si trasformano in energia. «A parte il periodo fisiologico, non ho mai saltato una partita in Nazionale» dice Kathrin. Che il basket ce l’ha nel sangue (suo fratello Tomas è in serie A) e, come è successo a molte altre, alla prima partita al campetto l’ha accompagnata il papà.

Purtroppo, di papà che avvicinano le figlie al basket ce ne sono ancora pochi: in Italia le tesserate dai 12 anni in su sono (solo) 21 mila 711 di cui più di quattro mila hanno più di 20 anni. Eppure la nazionale giovanile negli ultimi nove anni si è portata a casa nove medaglie, ed è italiana, Cecilia Zandalasini, la miglior giocatrice under 20 d’Europa, simbolo di un riscatto che è all’inizio. «Lavorare sui numeri è il mio primo obiettivo» dice Invernizzi, «Andremo regione per regione, anche nelle scuole dove a basket non giocano perché è sport di contatto, ma è importante far capire che anche le donne possono essere atlete complete, con carattere e fisicità, senza per questo essere chiamate maschiacci». Maschiacci o meno, che in Italia ci siano talenti da coltivare le università degli Stati Uniti se ne sono accorte e non esitano a offrire borse di studio pluriennali pur di averle nei loro college. Per ora, le ragazze che hanno scelto di trasferirsi sono tredici, e tra queste c’è Elisa Penna, classe ‘95, ingaggiata dalla Wake Forest University: «Si impara a giocare meglio, ma soprattutto si diventa persone migliori. Là tutto è diverso, qualsiasi sport è tenuto in gran considerazione, le palestre sono sempre piene di bambini che vengono a vederti, le persone ti rispettano, e questo ha fatto crescere la mia autostima. Io ho scelto l’università della Carolina del Nord perché posso frequentare Psicologia: lavorare sull’aspetto mentale nello sport è quello vorrei fare “da grande”».

Sempre su due binari dunque, ma almeno le tredici ragazze under 14 che da settembre entreranno nella nuova High School Basket Lab del Centro di Preparazione Olimpica del CONI a Roma, non dovranno andare all’estero. Dieci mesi a giocare e studiare (al Liceo Scientifico Sportivo o in altri a scelta), ma soprattutto a prepararsi per la vita. Che centrare il canestro, alla fine, è quasi la cosa più facile.

Articolo pubblicato su Gioia! N. 24 17 giugno 2017

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