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Nel nome del figlio

C’è un gusto tutto italiano nel traccheggiare. Nel rimandare a domani quel che si poteva, e doveva, fare ieri. L’importante è non decidere, rimettere il faldone delle pratiche sotto la pila di altri “sospesi” e sperare che dal tempo emerga, per disperata furbizia, una qualche soluzione possibile. Soluzione che di solito l’italiano si trova da sé. Chi può, in genere, se ne va all’estero (il mondo è grande e vario) dove lo attendono un vasto campionario di scelte possibili. E su misura.  Stiamo parlando di figli. Di procreazione assistita, eterologa, surrogata. Temi caldi che stanno lacerando l’esistenza di esseri umani inermi, i minori, mentre la nostra classe politica presente di diritti emergenti non ne vuol parlare e quella futura, a quanto pare, si sofferma sui cimiteri dei feti. Qualche settimana fa, a una coppia di genitori agées era stata sottratta la figlia di tre anni perché la differenze di età era troppa: quando l’avevano procreata con la fecondazione assistita lei aveva 57 anni, lui 70. Oggi leggo invece, di un bimbo di 18 mesi tolto ai genitori perché il giudice si è accorto che il desiderio di maternità e paternità era stato esaudito grazie a una madre surrogata ucraina, e a un seme di un altro uomo non ben identificato. In Italia, come si sa, la maternità in affitto è vietata. Per il resto invece, la legislazione in materia fa acqua da tutte le parti. O meglio, è solo una coperta ipocrita per tenere al caldo un altro cadavere ambulante: l’ideale della famiglia tradizionale. E così, mentre minori vengono trasportati come pacchi, mentre si chiudono due occhi di fronte ai continui viaggi per le fecondazioni esterologhe, mentre si continua a alimentare una società per cui i diritti sono ancora a pagamento, si continua a non dare risposte a domande pressanti. Alcune, sono scomode, è vero. E ci pongono nuove questioni etiche, ma non credo che si possano più rimandare. Avere un figlio è un desiderio fortissimo. Ognuno di noi ha il diritto di provare ad andare incontro ai propri desideri e alla costruzione della propria felicità. Questo vale per tutti: anche per il bambino che nasce (che ha diritto a genitori in grado di accompagnarlo a uno sviluppo fisico, emotivo e intellettuale degno di una persona) e per la madre surrogata che, eventualmente, si presta a un atto di generosità che non può essere figlio di disperazione o povertà, né deve lasciare conseguenze alla sua salute fisica e psichica. Vogliamo dare risposte e regole a queste eventualità? Vogliamo provare a immaginare dei principi che regolino in modo rispettoso della dignità di tutti una società che sta cambiando? Possibile che non ci si renda conto che questo vuoto legislativo favorisce solo chi, anche senza porsi le domande di cui sopra, anche solo per soddisfare il proprio desiderio, è disposto a recarsi in Paesi non certo nei primi posti per rispetto dei diritti umani? Così ora ci ritroviamo con un bambino in mezzo al guado dell’affettività, due genitori disperati, una ragazza di cui, forse, vorremmo avere qualche garanzia in più sulla sua salute fisica ed economica. Vietare e basta non serve. Le scappatoie, aborto docet è il caso di ricordarlo, si trovano sempre e, di solito, sono le peggiori. Inoltre, evitare sempre di affrontare il problema, impedisce anche di fare una riflessione collettiva, culturale, pubblica, educativa, su che cosa vuol dire oggi formare una famiglia, fare figli. Riflettere sulla differenza che c’è tra il desiderio singolare, a senso unico, e i diritti di tutti imprescindibili di tutti e tutte. Anche se abitano lontano. Se questa società ci impone di dare forma a nuovi diritti, dunque, affrontiamoli. I diritti, non sono acquisiti e immobili, diceva Stefano Rodotà se ricordo bene, ma si vivono e si partecipano. La colpa più grave e scellerata di questa politica è di non farci partecipare al mondo di domani. Un mondo che andrà avanti nonostante noi, ma se non avrà forme e modi condivisi, sarà peggiore per tutti.

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