Donne
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Nelle mani di Maria

L’arte ci prende per mano è la frase che Maria Lai ha inciso sulla sua Lavagna situata nel centro abitato di Ulassai, a Nuoro. Ho sempre amato questo pensiero perché condensa molto di quella cura manuale, di quel percorso comune verso la scoperta, di quell’emozione che cinge l’umanità dei luoghi che mi trasmette l’opera di Maria Lai. Anche per questo ho scelto questa foto, un ritratto di Gianluca Vassallo del 2011: secondo Emanuela De Cecco, Maria Lai non amava interferenze biografiche. Preferiva non parlare di sé. Eppure questo volto che porta i ricami della sua vita, le tracce di un viaggio d’amore verso il senso del nostro stare nel mondo, è parte di quel patrimonio artistico e politico che ci ha lasciato questa donna. Così succede che, a un anno e poco più dalla morte, la sua Sardegna le dedica una prima e completa retrospettiva che si snoda in tre sedi: i Musei Civici di Cagliari (a cura di Anna Maria Montaldo), il Museo MAN di Nuoro  (a cura di Barbara Casavecchia e Lorenzo Giusti), e il paese di Ulassai dove, oltre ai diversi interventi ambientali, gli spazi dell’antica stazione ferroviaria, oggi sede del museo Maria Lai, saranno riallestiti secondo il progetto originale ideato dalla stessa Lai.

Ricucire il mondo è un titolo perfetto. È, in un certo senso, quello di cui abbiamo bisogno. Come abbiamo bisogno dell’arte che ci prende per mano, di seguire quel filo che ci guida fuori dal labirinto delle memorie dei luoghi e delle identità perdute. Anna Dolfi, ricorda sempre De Cecco, diceva che il filo per Lai, «da cordone non interrotto con il mondo primitivo… si è fatto sostituto della scrittura». Attraverso il filo, l’atto del cucire, Maria Lai racconta. Un linguaggio arcano, ancestrale, forse silenzioso, che pure riesce a dar voce, pubblica e politica, a un’umanità confinata nel privato, nel marginale quotidiano. Il lavoro delle donne. L’atto del cucire come espressione di una tradizione necessaria che si è trasformata in attitudine plasmando, nei giorni, il destino e la storia delle donne. Grovigli di pensieri e di sogni, parole e aspirazioni spezzate. Eppure è alle donne che Lai ha affidato spesso il ruolo di guida per riallacciare proprio quel filo che ci lega alla nostre identità perdute, alla natura. Quando, nell’evento Essere è Tessere di Aggius del 2008, Maria coinvolse nel racconto tutto il paese gallurese, era la voce di una donna, Marta Gabriel, che accompagnava nel percorso. Una fata (dell’arte) che guidava i bambini nel parco Alvinu e una ragazza che ha cantato una ninna nanna da un balcone di piazza della Campana. Le donne mostravano come si filava, e si fila, la lana, come si tessono la trama e l’ordito. Perché sono le donne che costruiscono quei tappeti di identità che sono il nostro legame con il mondo e con la natura.

Forse la mia è una lettura di parte. Che non sono una critica d’arte, ma l’arte mi piace e mi emoziona. Maria Lai mi ha sempre emozionato tantissimo. Nel senso più alto del termine. Come lo fa una nascita e la scoperta del meraviglioso quotidiano. Libri, lenzuola, pani, ferri, terrecotte, presepi, gente comune, lavori comuni. Niente di più lontano dai toni celebrativi, egotici, narcisisti, dei nostri tempi. Perché, come recita il titolo dell’installazione che Claudia Losi e Antonio Marras hanno realizzato all’esterno del museo di Nuoro legando su un intreccio di fili metallici i tanti oggetti che l’artista sarda ha donato ad amici e parenti nel corso degli anni, Maria Lai è sempre stata più una piccola ape operaia che una regina. Eppure, se siete in Sardegna, vi consiglio di togliere qualche ora all’ombrellone o al bagno di sole per andare a seguire, ancora, i racconti dell’ape Maria. Farsi prendere per mano dalla sua arte è sempre un sorriso.

 

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