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Neoumanesimo, l’Uomo nuovo è sempre lo stesso

C’è una parola nell’aria, ed è neoumanesimo. Che si parli di neuroscienze, ricerca storica, considerazioni filosofiche o approcci cognitivi, riflessioni artistiche o etiche, l’Uomo è di nuovo al centro del mondo. Ri-definirsi, nel corpo e nelle emozioni, sembra il nuovo imperativo. Provare a dare un nuovo senso, nella perdita di orientamento che sperimentiamo quotidianamente, a principi fondamentali come identità, diritto, responsabilità, umanità, valore, una necessità. «È vero, è una parola molto consumata, talvolta corrotta, ecco perché il mio sforzo che è stato quello di ridefinirla sul piano storico e cercare di rintracciarne alcuni tratti costitutivi». Parole di Michele Ciliberto, docente di Storia della filosofia moderna e contemporanea nonché presidente dell’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento. Suo è il recente Il nuovo Umanesimo (Laterza ed.): «Bisogna per esempio rilevare che, storicamente, ogni volta che la situazione dell’Uomo si trova in uno stato di crisi e profonda trasformazione, l’Umanesimo torna. È successo negli anni Trenta, quando le nuvole nere dei totalitarismi hanno coinciso con studi straordinariamente fecondi su Pico della Mirandola, e oggi, che il problema della condizione umana, della dignitas hominis, si pone con drammaticità».

Non che andare a ritroso, ripercorrere le radici storiche dell’Umanesimo, significhi per contro rintracciare nel Rinascimento l’ispirazione per la nascita di una “nuova” umanità: «L’idea di Rinascimento come tempo dell’armonia è in realtà frutto degli studi del XVIII secolo e dell’epoca dei lumi. Dovremmo per prima cosa quindi, liberarci da questo luogo comune. Francesco Guicciardini scriveva a Niccolò Machiavelli nell’agosto del 1525 che “ambuliamo tutti in tenebris, ma con le mani legate di dietro per non potere schifare le percosse”, e lo stesso Macchiavelli è altrettanto tragico. Certo, e questo è il punto, nonostante vivano la fine di un mondo, sono tutti costruttori di straordinarie utopie. Alla cultura umanista si devono la città ideale di Tommaso Campanella, la Cappella Sistina di Michelangelo, De gli eroici furori di Giordano Bruno, i rapporti perfetti di Leon Battista Alberti in Santa Maria Novella. Questo, in fondo, è l’insegnamento di quell’umanesimo. Che ripartiva ponendo al centro la dimensione biografica, individuale, per ricostruire, come avrebbe detto Tocqueville più tardi, nuovi legami tra gli individui».

E che l’arte sia una delle voci più immaginifiche, potente creatrice di sogni e liberazioni, rivelatrice dell’umano, è cosa che non stupisce. Ancora oggi, momento di disordine globale, per dirla con le parole di Christine Macel, curatrice della 57. Esposizione Internazionale d’Arte (titolo Viva Arte Viva), ai Giardini e all’Arsenale a Venezia fino al 26 novembre: «È l’arte, e l’artista, a essere chiamata a divenire il luogo della riflessione, dell’espressione dell’individuo e della sua libertà. L’arte si interroga sul mondo di oggi, costruisce ponti verso l’altro e l’ignoto, suggerisce nuove comunità possibili». La mostra veneziana è esplicitamente dedicata alla possibilità di un neoumanesimo. «Un umanesimo» scrive sempre Macel, «in cui l’atto artistico è un atto di resistenza, di liberazione e di generosità». Ma anche di invenzione del mondo di domani. Di una via di uscita che tenga conto di questo Uomo nuovo fatto, quasi seguendo il percorso dei nove padiglioni, di gioie e paure, di voglia di partecipare alla rinascita collettiva e contemporaneamente di dare spazio alle emozioni soggettive. Un Uomo fatto di desiderio, di tradizioni, di magie, di terra, aria, colori, di corpo e di spirito. Ritrovare noi stessi, passo dopo passo con il coraggio dell’immaginazione e della visione del sogno, in questa traversata artistica, è forse uno degli obiettivi. L’altro, è quello di andare incontro alla complessità dell’Uomo.

«Riaggiornare la questione dell’umano è la posta in gioco a cui, a partire dagli anni Duemila, hanno contribuito in modo sinergico le nuove conoscenze in ambito filosofico, neuroscientifico, e nelle scienze cognitive» dice la filosofa Laura Boella, docente di Filosofia morale presso l’Università degli Studi di Milano. «La visione anti soggettivista che ha caratterizzato gli ultimi trent’anni è entrata in crisi nel momento in cui l’attenzione è tornata a indirizzarsi verso l’emozione, grazie anche ad alcune scoperte delle neuroscienze che hanno posto una base fisiologica ad alcune di esse, come l’empatia. Vittorio Gallese, lo scienziato che ha collaborato alla scoperta dei neuroni specchio, e la studiosa di letterature comparate Hannah C. Wojciehowski, parlano persino di neuroumanesimo, e in generale si parla di affective return, di una riabilitazione delle emozioni. Ora, parlare di emozioni significa guardare più da vicino i meccanismi psichici legati agli individui, all’Uomo nella sua singolarità e nella sua capacità, come aveva già dimostrato il portoghese António Damásio, di prendere decisioni. Anche per questo, l’Uomo di questo neoumanesimo contemporaneo, mostrando tutta la sua corporeità e la sua sensibilità, si qualifica come più vulnerabile e fragile. Non è più l’Uomo razionale che controlla il mondo, ma un essere umano che scopre la sua relazione di dipendenza con gli altri e l’ambiente».

Scesi dalla cattedra, si spiegano così la volontà, o il desiderio, di provare a costruire una responsabilità condivisa in fatto di ecologia, educazione, cittadinanza. Si motivano così, o forse solo si capiscono meglio, i nuovi patti sociali ricercati anche attraverso le comunità digitali, gli scambi etici, le pratiche collaborative. E d’altra parte, se ciò che abbiamo creduto infallibile ci cade addosso, non resta che ricominciare da dove eravamo partiti. E cioè da noi stessi. Il viaggio che ci indica la comunità del pensiero, scientifica e non, parte proprio da una dimensione interiore per indirizzarsi verso il mondo esterno. Il nostro. Che pare dire una banalità, ma l’Uomo resta sempre la prima meta.

Articolo già pubblicato sul mensile Dove, Giugno 2017

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