Adolescentia
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Quinto. Non è mai troppo presto

Quando avevo 11 anni incontrai una delle professoresse più in gamba del mio percorso scolastico. Divorziata con figlia a carico e per questo guardata di traverso dal corpo docenti benpensante della mia scuola di provincia, arrivò da Firenze e fece due cose per cui non la ringrazierò mai abbastanza: mi tolse dall’ora di educazione tecnica al femminile dove mi insegnavano a cucire pupazzetti a forma di cane e organizzò, nella palestra delle suddetta scuola, un cineforum con tanto di proiezione e dibattito. Fu così che, a 11 anni o poco più, io mi sono vista tutti i film del neorealismo italiano: Roma città aperta, Ladri di biciclette, Riso Amaro, Sciuscià, Tutti a casa… vidi anche La bisbetica domata di Zeffirelli, ma questo era, per così dire, fuori concorso. Sono convinta che i semi per il mio amore per il cinema siano stati piantati lì, ma sono altrettanto sicura che, attraverso quelle opere, io cominciai a conoscere parte della storia del nostro Paese e a farmi un’idea. La mia idea. Alla fine del film si faceva sempre una sorta di dibattito… non che dicessimo cose di estrema profondità, ma, evidentemente, c’era chi pensava che anche dei ragazzini di 12 anni potessero vedere certe cose e pure parlarne.

Ciò che mi disorienta maggiormente oggi è infatti l’atteggiamento ambivalente che abbiamo verso i nostri figli e figlie: da una parte li sproniamo a bruciare tutte le tappe fino a generare dei nanetti che gestiscono relazioni sociali e varie tecnologie, dall’altra li proteggiamo da tutte quelle “cose difficili” perché non sono abbastanza grandi. Hanno Facebook ma non prendono il bus, scaricano tutte le App del mondo ma non vanno nei musei perché si annoiano, e neppure nei luoghi di vacanza troppo isolati perché, a loro, che sono bambini, piace l’animazione. Io invece ho grande fiducia nelle nuovissime generazioni e credo che laddove noi abbiam fatto bene, loro potranno far meglio. Credo che non siano così inebetiti da veder solo film alla Transformer 4 o Vampiri. Siamo noi che demordiamo. Che pensiamo, appunto, che per loro sia “troppo”. Io, invece, non demordo e, visto che l’estate è anche il tempo delle seconde e terze visioni, decido di portarlo al cinema a vedere La mafia uccide solo d’estate. Una scelta soft, in fondo, che Pif è un personaggio televisivo e piace senz’altro anche a loro. Ma è il tempo, e gliel’ho pure detto, che si vada al cinema per vedere quello che il cinema dice e non solo quello che il cinema fa.

Lo so che il risultato non è scontato. D’altra parte, sono io che l’ho cresciuto a Miyazaki (il suo primo Dvd è stata La città Incantata) e poi me lo sono ritrovato a chiedere il cofanetto di Fantozzi, ma non demordo. Così andiamo e abbiamo la sala persino tutta per noi. Con doppia dose di nachos e salsa (la Coca Cola invece no… e cribbio!!) e due posti scelti a caso. «Ma si ride?», mi chiede. Anche. Poi il film va, io gli spiego ogni tanto alcune cose e lui mi fa delle domande tipo: «Ma la mafia c’è solo in Italia?», «Questi sono tutti veri?». Alla fine però, una domanda gliela faccio anch’io: «Secondo te perché Pif porta suo figlio a vedere tutte quei posti e gli legge tutte quelle targhe?». «Perché i genitori devono proteggere i bambini dalle cose cattive, ma devono anche insegnargli a riconoscerle. L’ha detto… non l’hai sentito?». Sì, ho sentito.

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