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non posso permettermi di lavorare

Non è un refuso, è proprio così. Il “non” prima del verbo lavorare non c’è volontariamente. Avrei dovuto essere più precisa e riportare la frase «non posso più permettermi di fare questo lavoro» che è poi un lavoro a tempo, e talento, pieno. Fatti due conti, c’è poco da obiettare, le rispondo. Con i mezzi sono quasi due ore e mezza di strada, l’auto tra pedaggio e benzina arriverebbe a 300 euro al mese e non si può. Poi c’è la ragazza che va a prendere il figlio e lo tiene fino alle 19, spesso le 20. Regolare, con contributi pagati come si conviene, sono altre 700 euro o giù di lì. E cara grazia che c’è. I costi della spesa fatta di corsa il sabato, dei cibi veloci, dei campus extra per piazzare il figlio durante le vacanze scolastiche ed estive, dei vestiti che si deve comprare per presentarsi al lavoro, non sono quantificabili, ma ci sono. Alla fine, oltre alla stanchezza e al senso di impotenza, quello che rimane sono 1000 euro scarsi, molto scarsi. Che non è poco, mi direte, ma non è nemmeno tanto e soprattutto non promettono prospettive e soddisfazioni migliori (che poi sono quelle che si meriterebbe). Sono rimasta stupita da come Angela, la chiamo così, ha conteggiato la qualità della sua vita, perché di questo si tratta. Ero anche un po’ ammirata per la verità, visto la difficoltà, in questi giorni, di accertare le cifre esatte degli stipendi percepiti dai parlamentari italiani. Sarà che loro ne ricevono troppi di soldi e allora passano da un lordo di 18 mila a un netto di 5 mila senza neanche sapere, e dirci, come. Chi invece i conti li deve fare ogni giorno, alla domanda: «scusi lei quanto guadagna?», risponde subito, senza neanche l’ausilio di una commissione, con sicurezza e magari ti mostra pure la busta paga, se ce l’ha. Ma dicevo, non mi posso permettere di lavorare. Perché ai soldi bisogna sommare la fatica e la solitudine che non vede fine, le rinunce, e l’assillo della solita domanda: «ma per che cosa lo sto facendo?». In un caso su tre (il 27,1 è la percentuale delle donne che lascia il lavoro dopo il primo figlio) la risposta è: «per nulla che ne valga davvero la pena», e si ritorna così tra le rassicuranti mura domestiche. Oggi la ministra Elsa Fornero ha annunciato la volontà di ripristinare la legge 188/2007 che rendeva molto difficile la pratica barbara e illegale delle dimissioni in bianco. È un passo avanti. Ma il fatto è che poi al lavoro è difficile restare. Anche nei luoghi, come quello di Angela, che per preparazione e ambiente dovrebbero essere i primi a fare propri i modelli positivi di cui si riempiono dotti convegni e pagine di giornale. Come ho scritto più di una volta, tutti i bei discorsi che si fanno sul talento femminile, sul valore economico in punti di PIL della partecipazione rosa al mondo del lavoro, tutti i buoni propositi sulla conciliazione e quant’altro, sembrano solo questo: titoloni per lavarsi la coscienza. Poi, nelle aziende, anche quelle illuminate, la prassi resta la stessa. Con punte di maschilismo che rasentano l’insulto e la solita, irriverente domanda, a fine colloquio: «Lei ha figli? E fino a che ora resta la tata?». Vagli a spiegare che in Italia il problema non è il monte ore lavorato (più del 20 per cento in più), ma la produttività oraria (dati Ocse); vagli a spiegare che il taylorismo forse è sorpassato e la sola presenza in ufficio a disposizione dei ritmi e delle volontà del capo/a supremo/a, come spiegava in un divertente aneddoto Anna Zavaritt nel suo blog su Il Sole 24 Ore, non è un parametro di efficienza; vagli a spiegare che l’equità e il rispetto per il prossimo, inclusa la vita privata, non sono pippe da fanatici dell’etica, ma valori economici per un’azienda che voglia solo stare al passo con l’Europa. Nulla da fare. Perché è con la realtà, e non con i convegni o le pagine di giornale che bisogna fare i conti. E la realtà per Angela è un tarlo che, giorno per giorno, insinua nella sua volontà il dubbio sulla sua possibilità di farcela, sulla convenienza a farcela. Non cambierà dall’oggi al domani. Guardatevi intorno, guardate i vostri superiori, i vostri vicini di treno e di casa. Forse anche sua madre che era in prima fila nelle battaglie del femminismo comincia ad avere qualche dubbio. Chi glielo dice ad Angela?

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