Controbalzo
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Oltre lo sport: riti, ideali, vittorie

A una settimana dalla finale epica dell’Australian Open che ha visto Roger Federer e Rafael Nadal sfidarsi per un posto nella storia del tennis, ripropongo questo articolo scritto per Dove mesi fa sullo sport come evento e mito democratico per eccellenza.

Il corpo in scena

Smaltita la sbornia olimpica, tonificati dai record e temprati dal rito globale, sarà il caso di alzarsi dal divano. È questa una delle contraddizioni dei nostri tempi. «Tempi ideali per l’attività sportiva, vista la facilità di praticare, affinare le tecniche, migliorare le performance», dice Georges Vigarello, direttore de l’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi e ospite al Festival della Filosofia (a Modena dal 16 al 18 settembre, con il tema Agonismo), «ma anche tempi in cui lo sport è sempre di più un evento televisivo da godere in qualità di spettatori». Come suggerisce sempre il sociologo francese, è nello spettacolo che lo sport ha scritto la sua Storia, che è diventato narrazione condivisa, senso e aspirazione comune. E anche se passione e pratica sportiva non sempre vanno di pari passo, la messa in scena del proprio corpo resta sempre, secondo sociologi e storici, un “universale antropologico”, un “fatto sociale totale”, che forse conserva poco dello spirito dei Giochi Olimpici antichi, mentre vi si riconosce ancora quel desiderio di andare fuori dalle porte delle città per dedicarsi ad attività all’aria aperta indicatoci dall’etimologia stessa del termine, che deriva dal francese “desport”, a sua volta derivante dal latino deportare. In ogni caso, che sia per esercizio contemplativo o fisico, che si riempiano tribune o palestre open air, del bisogno di attivare la propria corporeità ci dicono i dati. Un italiano su quattro, quando si muove, lo fa in virtù di un’offerta sportiva, generando un volume di affari di più di sei miliardi di euro e oltre dieci milioni di viaggi (dati Osservatorio Nazionale del Turismo 2015).

Liberi di muoversi

Che si tratti dunque di passeggiate in montagna o cicloturismo, di scivolare sull’acqua o sulla neve, di andare a cavallo o in canoa, giocare a calcio o tennis, muoversi significa professare un personale rito di libertà, il che, come hanno sostenuto in tempi e contesti diversi il barone di Coubertin e Manuel Vasquez Montalbàn, fa dello sport una delle ultime religioni veramente praticabili. E non solo. «Solo lo sport ci consente di credere ancora, e concretamente, in un mondo integro e puro», spiega Vigarello. «In esso, gli ideali di democrazia (tutti possono partecipare), meritocrazia (vince il più bravo, chi talento), giustizia (c’è un arbitro su le cui decisioni non si discute), si manifestano come una realtà possibile. Oggi, ancora più che nell’antichità, quando né gli schiavi né le donne potevano esibirsi, lo sport incarna l’ideale collettivo e democratico per eccellenza». Quasi una società parallela insomma dove, senza tranelli o scorrettezze, si può allenare la realizzazione di Sé. Il che comprende, come è nell’umana natura, un continuo mettersi alla prova, a misurare e misurarsi, se non con gli altri, almeno con se stessi. Così assistiamo, anche al di fuori delle gare ufficiali, alla crescita a dismisura di maratoneti e ciclisti della seconda e terza età. E non ci stupiamo neppure più se una (l’ennesima) 92enne, tale Harriette Thompson, taglia il traguardo della maratona di San Diego. Perché esiste, come scrive Mario Salisci, docente di sociologia dei processi culturali alla Lumsa di Roma, in Un corpo educato. Sport, cultura e società (ed. Franco Angeli), una dimensione competitiva insopprimibile che ci riguarda tutti: «La nevrosi dell’agonismo e della prestazione è tipica della contemporaneità. Lo sport moderno è figlio della rivoluzione industriale, è un prodotto standardizzato che ha trasformato il corpo in una macchina da performance e ha in parte rimosso il valore ludico dell’attività fisica. Questo vale in primis per il professionismo, ma influenza anche la pratica di massa, che rischia di essere sempre meno creativa e sempre più schiacciata sul raggiungimento del risultato».

Il gioco perduto

Non che questo riguardi solo l’ambito sportivo. Lo spazio magico del gioco, ritenuto inutile secondo le logiche dell’efficienza, ci è stato sottratto in molti aspetti della nostra vita quotidiana. Ma se recuperare tale dimensione nel tempo regolamentato trascende le nostre possibilità, ritrovare nella pratica sportiva un’espressione libera del proprio sé non è un esercizio impossibile. «Il successo degli sport d’acqua e di scivolamento, dal surf agli sci, si deve anche a questo. È un ritorno al corpo, ai propri stati emotivi e all’ambiente», dice Salisci, che continua: «Se riflettiamo, lo sport è l’unica pratica che tematizza il rapporto tra corpo e il Sé, è una scuola di relazione. Ci si allena a stare con gli altri, all’interno di regole condivise, e con noi stessi. Qualcosa di molto vicino alla costruzione dell’identità. Individuale e sociale». Del resto, in un’epoca di costanti competizioni, anche Georges Vigarello mette l’accento sulla sensazione: «Il corpo è prima di tutto il medium di un messaggio interiore, con la sensazione che diventa più importante del risultato tecnico, muscolare. Non a caso, sono per primi i professionisti a dire, nel caso di una sconfitta, che quello che hanno perso non sono le forze, ma le buone sensazioni. E sono queste stesse sensazioni che tutti vogliono ritrovare nel proprio corpo, cosa che riunisce la pratica sportiva vera e propria all’attività fatta per piacere o benessere».

Oltre la vittoria

Qualcuno ricorderà che per i Greci l’esercizio fisico era legato al culto del corpo. Un corpo che non era solo bello e prestante, ma se mai bello perché espressione di quelle virtù morali ed etiche che erano capaci di trascendere il concetto, estremamente banale dopo tutto, di vittoria. Ritornando in questi tempi di agonismo ossessivo e diffuso, dei “nevrotici del diventare” come direbbe Pier Paolo Pasolini, potremmo anche provocatoriamente affermare che, nella sfida con gli altri e con se stessi, il vero traguardo sta non tanto nel vincere, quanto nell’imparare a perdere. Dovrebbe convincerci il fatto che, solo in quei rari e fortunati casi in cui la grazia vince la forza e la Bellezza nasconde la tecnica esasperata, noi assistiamo al compiersi di un gesto sportivo che resterà nella memoria. E il risultato, è solo una parte dell’impresa. La verità è che, si stia a guardare o ci si affatichi in prima persona, è il riconoscimento della presenza (per altro irremovibile) del limite che ci regala l’incanto della messa in scena del corpo: il tocco di controbalzo, la bracciata che fende l’acqua, l’affanno che ci porta alla vetta e il brivido del lancio. Dovrebbe farci sorridere la quantità sempre crescente di app fitness che scarichiamo sui nostri smart phone (le più numerose secondo molte ricerche di mercato); sorridere e forse invitare a smettere di misurarci, essendo ormai consapevoli che è solo conoscendo il valore di fallimento e sconfitta, che muoversi, gonfiare respiro e muscoli, diventa esperienza di libertà e umanità. (Nella foto Roger Federer si inginocchia dopo aver vinto il suo 18esimo slam in Australia, AFP).

Articolo pubblicato sul mensile Dove settembre 2016

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