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Passeggiata in Fondazione Cini

[Articolo pubblicato su Sette/Corriere della Sera il 25 aprile 2014] Poco più che la replica di un illustre spettacolo. Questo pare, dalla riva di San Giorgio Maggiore, piazza San Marco. E questo è, il primo privilegio di cui gode la piccola isola affidata nel 982 dal Doge Tribuno Memmo al monaco benedettino Giovanni Morosini ancora oggi unico bene demaniale in laguna. Un punto di vista aristocratico, nel suo geografico distacco, un’isola nell’isola, che nei secoli ha mantenuto la sua indipendenza dagli obblighi, ieri dogali e ora turistici, di Venezia. Una condizione di naturale libertà di cui bisogna avere consapevolezza anche quando si varca il cancello del vecchio monastero benedettino, oggi Fondazione Giorgio Cini. Discreto e indifferente ai più, esso protegge un tesoro dietro un campanello di ottone. Ma, appunto, ciò non sarebbe possibile se quei vincoli, religiosi, culturali o amministrativi, non fossero stati rimossi dalla Storia. Come ama ripetere Pasquale Gagliardi, segretario della Fondazione nonché promotore delle importanti trasformazioni che l’hanno interessata negli ultimi anni: «Noi siamo qui e, allo stesso tempo, non siamo. Il nostro è uno statuto di indipendenza assoluta, il terreno migliore per la costruzione di un mondo ideale».

Un mondo scolpito da simmetrie classiche e armonie meditative in cui si passa da un chiostro del Palladio a un altro del Buora. Colonnati bianco e rosa e perfetti, coppie di cipressi che si guardano l’un l’altro, geometrie verdi, un piccolo pozzo, e sei altrove. Condotto per mano nello spazio imponente del refettorio oppure, su per la scala di Baldassarre Longhena fino a quelli che una volta erano gli appartamenti dell’abate. Da qui, ancora, si ha forse la migliore vista sulla piazza, ma il brulichio delle genti è lontano e l’eco del silenzio concilia solo studio e pensiero. Non che a Venezia, e ancor più a San Giorgio, ci si trovi a proprio agio. La laguna è ancora oggi, come lo era per il romanziere tedesco Theodor Fontane o il filosofo Georg Simmel – ci istruisce Gino Benzoni – una favola di una difficile bellezza che richiede continuo adattamento. Eppure persino i Medici, che certo non la amavano, a San Giorgio si rifugiarono quando da Firenze furano cacciati. Cosimo de Medici il Vecchio, nonno di Lorenzo il Magnifico, lasciò al monastero di San Giorgio, come compenso dell’accoglienza ricevuta, i disegni del Michelozzo per una biblioteca. Era il 1434 e nel 1614, della libreria già non c’era più traccia. Altre, però, ne seguirono. Perché in fondo, quest’isola lontana dalla tirannia della terraferma, è sempre rinata dalle proprie ceneri.

Le ceneri, per esempio, in cui la trovò Vittorio Cini nel 1951. Colpito dalla morte del figlio Giorgio in un incidente aereo il 31 agosto del 1949, forse anche lui era alla ricerca di una rinascita. Questo spiega in parte la fretta con cui, un anno e mezzo, restituì all’ex-monastero la sua vocazione umanistica. Ripulì la biblioteca del Longhena dalle baionette, ne recuperò parte delle librerie in noce in un liceo classico della città, restituì al refettorio del Palladio i lavatoi e la sua piena architettura, dimezzata da un soppalco che sosteneva un teatrino per i militari e faceva da tetto a una segheria. Senz’altro, quella frenesia laboriosa spiega il genere di bellezza che avvolge la Cini. Non una bellezza contemplativa o immobile, ma una bellezza continuamente ricercata. Nella meditazione, nello studio, nell’invenzione. E tanto più potente ed edificante quanto più il lavoro dell’Uomo ha saputo mantenere negli anni, intatta e viva, l’identità di questo luogo. Ora et labora, in fondo, era il motto dei benedettini e oggi, in chiusura di ogni progetto della fondazione, una frase di Gustav Mahler: La tradizione non è culto delle ceneri, ma la custodia del fuoco.

L’intera operazione per riportare nel refettorio palladiano i quasi 70 metri quadrati di tela di lino d’Irlanda su cui il Veronese dipinse Le Nozze di Cana (1563), non è stata che questo. Operoso desiderio di riaccendere il senso compiuto di un’architettura privata del suo suggello, da quando, l’11 settembre 1797, i commissari napoleonici strapparono l’opera che il Vasari descriveva come “maravigliosa per grandezza, numero di figure e varietà d’abiti”, dalla parete di fondo, per farla a pezzi, chiuderla in una scatola e portarla, con un viaggio di dieci mesi, a Parigi. Al di là delle dispute sulla riproducibilità di un’opera d’arte, della lunga lista di tentativi fatta per riavere l’originale, la visione delle Nozze di Cana nello spazio e nella cornice per cui erano state pensate, è, prima di tutto, la riapertura di una finestra prospettica sul racconto di un miracolo, che nel Vangelo di Giovanni cambiava l’acqua in vino e che qui riconsegna alla copia l’autenticità delle sue origini. L’osservatore attento vedrà che il facsimile riprodotto con tecnologie digitali dall’atelier Factum Arte di Madrid di Adam Lowe, è identico in ogni tocco di pennello, nello spessore del gesso, nei deterioramenti del tempo e persino nei segni degli strappi. E ora che anche il restauro del refettorio è completo, che Michele De Lucchi ha protetto con una boiserie quello spazio termale su cui si affacciano, come su una piazza, le grandi finestre volute dai monaci neri per rendere ancora più aulica la sala, l’unica a cui potevano accedere i laici, il lavoro è terminato. Michele De Lucchi ha anche trasformato in biblioteca la Manica Lunga, il vecchio dormitorio dei monaci, con le ex cellette oggi sale lettura, uffici, e archivi per accogliere parte delle collezioni di libri antichi donati da Cini. E si tratta solo di una parte dei tesori qui custoditi.

Racconta Gagliardi che quando cominciò a occuparsi della Fondazione chiese a Massimo Cacciari di darne una definizione. Deposito di libri o gerontocomio, rispose il filosofo. C’è voluto qualche anno, l’apertura degli scrigni e di una residenza per gli studiosi che intendano concentrarsi su ricerche umanistiche, il Centro Branca, ma di quella sorta di feticismo del passato e della conservazione non è rimasto più nulla. Bisognava, ancora, tornare alla vocazione originaria del luogo. All’etica del lavoro, all’amore per l’arte e, come fu per Vittorio Cini, a quel senso di responsabilità misto a gratitudine che, attraverso cospicue donazioni, ha costruito il grande patrimonio della Fondazione. Buona parte del fondo antico dei libri a stampa, più di due mila volumi del Quattro e Cinquecento, di cui almeno 40 sono unici esemplari in Italia, arriva dalla raccolta di François Victor Masséna principe di Essling che Cini acquistò a un’asta di Zurigo nel 1939. Poi, ci sono le opere donate dal bibliofilo Tammaro de Marinis. Si dice che l’Hypnerotomachia Poliphili pubblicato da Aldo Manuzio sia il libro più bello stampato nel Cinquecento, ma sono i volumi di preghiere, quelli per il cucito, i trattati di chiromanzia o le raccolte di motti ironici che colpiscono per vitalità e bellezza. Tutto, con qualche cautela per i volumi più preziosi, è a portata di mano. Anche per questo, molti scelgono di donare alla Cini i loro archivi. Sempre protetti, ma allo stesso tempo aperti e fruibili. Come i microfilm e le copie fotografiche o digitali di tutte le musiche di Antonio Vivaldi, o gli archivi dei più grandi compositori italiani del Novecento, da Respighi a Rota. Come la corrispondenza privata di Eleonora Duse con nomi importanti della letteratura e del teatro, i suoi appunti autografati, i copioni annotati, gli abiti e le foto inedite scattate da D’Annunzio, lasciati dalla nipote monaca dell’attrice, e che dal 2011 hanno trovato spazio nell’ex Sala del Tesoro. E come le collezioni di libretti d’opera e di miniature, seconde solo a quelle del Metropolitan Museum di New York, o, ultima in ordine di donazione, l’intera biblioteca e archivio fotografico di Tiziano Terzani con cui, il 9 e 10 maggio prossimi, sarà allestita una mostra in occasione delle giornate di studio sulla Cambogia. Sempre a maggio, dal 17 al 21, anche la prima mondiale di sette cantate inedite del compositore barocco Alessandro Stradella: a ritrovarle, negli archivi della Fondazione, Giulia Giovani, una musicologa ospite nel Centro Branca nel 2012 che si è trovata a ripetere un’impresa simile a quella compiuta da Veniero Rizzardi anni prima quando, nel carteggio tra Casella e Malipiero, rintracciò il Requiem perduto di Maderna.

Ecco l’ambizione della Fondazione Cini: trasformare la ricerca in scoperta, mantenere viva la fiamma di ogni sapere, costruire ponti di cultura tra questa piccola isola e la terraferma che è il mondo intero. Non si può non dire che, per seguire questa vocazione umanistica, sono stati investiti negli ultimi dieci anni 18 milioni di euro. Denari privati spesi per conservare al meglio un patrimonio che è di tutti, mura comprese. Anche in questa alleanza forse, in questo privilegio di libertà e bellezza ricambiato con una dedizione mai esaurita – basti pensare alle nuove Stanze del Vetro che ospitano due grandi mostre l’anno sull’arte vetraria veneziana finanziate dalla svizzera Pentagram Stiftung o alla riapertura di Palazzo Cini a San Vio dove saranno finalmente visibili pregiati dipinti di scuola toscana e ferrarese del Rinascimento – sta il senso di una realtà, e di un luogo, come la Fondazione Cini. Tra i grandi nomi che si sono fermati in questo piccolo mondo a parte, da Ungaretti a Rossellini, da Gropius a Le Corbusier, dai reali di Spagna a Margaret Thatcher, c’è anche quello di Jorge Luis Borges. Dopo la sua morte, la moglie Marìa Kodama chiese alla Fondazione di realizzare in uno dei giardini il labirinto che Randoll Coate disegnò per lo scrittore argentino agli inizi degli anni Ottanta e ispirato al racconto Il giardino dei sentieri che si biforcano. Saliti sulla terrazza, il gioco del libro aperto in cui si leggono le lettere del nome di Borges mescolate a segni simbolici come il punto interrogativo o il bastone, ci ricorda che nei tanti e diversi percorsi della conoscenza non bisogna cercare una via d’uscita, bensì perdersi. E perdersi, proprio qui dove la sacralità dell’architettura palladiana si sposa con gli spazi dello studio e del lavoro, dove la ricerca umanistica è tutt’uno con quella spirituale, è sempre stato il modo migliore per ritrovarsi.

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