Me.
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Per chi suona la campana*

Ognuno può suonare

senza timore e senza esitazione

la nostra campana.

Essa ha voce soltanto per un mondo libero,

materialmente più fascinoso e spiritualmente più elevato.

Suona soltanto per la parte migliore di noi stessi,

vibra ogni qualvolta è in gioco il diritto contro la violenza,

il debole contro il potente,

l’intelligenza contro la forza, 

il coraggio contro la rassegnazione,

la povertà contro l’egoismo,

la saggezza e l’impazienza contro la fretta e l’improvvisazione,

la verità contro l’errore,

l’amore contro l’indifferenza.


Queste parole, di
Adriano Olivetti, stanno scritte sul frontespizio del piccolo volume di Edizioni Comunità che ha recentemente rieditato i discorsi agli operai dell’imprenditore italiano. L’ho trovato sul tavolo questa mattina e così ho pensato di usarlo come compagno di viaggio in metropolitana. Era forse dai tempi della mia frequenza alla Facoltà di architettura che non leggevo gli scritti di Adriano Olivetti, ma, come ormai sono convinta, nulla capita a caso. E, in questo deserto di urla, ho ritrovato un’intelligenza pura e coraggiosa. Vi consiglio di leggerlo o di rileggerlo perché, davvero, non ci si stupisce mai di come tutto sia stato già scritto, affrontato e vissuto. Come ci aiuta a comprendere la presentazione di Luciano Gallino, esisteva un tempo in cui i ricavi delle aziende non si traducevano solo in dividendi o scaltre operazioni finanziarie. Esisteva un tempo in cui, invece che di spread e di salari aumentati per tre o quattrocento volte rispetto al lavoratore, il lavoro significava pane, vino e casa e, per l’imprenditore “codice morale”, “elevazione materiale, sociale e culturale.

Un ordine “più ragionevole secondo natura e secondo coscienza” a cui oggi, tutti con più o meno responsabilità, ci siamo sottratti. Perché questa è la parola chiave, responsabilità, verso noi stessi, i nostri figli e finanche verso il nostro Pianeta. Nessuno oggi si sente più responsabile perché nessuno avverte più l’esistenza di un dono. Il dono della Vita su questo Pianeta, prima di tutto, ma anche il dono di aver ricevuto un lavoro o una posizione sociale predominante. Siamo così permeati da una cultura individualistica che siamo realmente convinti che tutto quello che abbiamo lo abbiamo solo ed esclusivamente in virtù di noi stessi. Nulla e nessuno dobbiamo ringraziare per il successo ottenuto. Nulla e nessuno dobbiamo risarcire. E come ci può essere responsabilità, sociale e individuale, se manca il sentimento stesso del risarcimento?

Adriano Olivetti sapeva, come lo sapeva suo padre che affidandogli la riorganizzazione delle officine lo ammonì dicendo: «Tu puoi fare qualunque cosa tranne licenziare qualcuno per motivo dell’introduzione dei nuovi metodi perché la disoccupazione involontaria è il male più terribile che affligge la classe operaia», che tra azienda e lavoratori esisteva un patto di mutuo sostegno, anche economico. Ricompensava la società non solo con gli stipendi, ma costruendo fabbriche “belle”, biblioteche, colonie estive. Era, allora, un debito morale e civile che bisognava saldare con onore. Un debito che dovremmo avvertite anche oggi perché è incommensurabilmente più alto di ogni rosso di bilancio. Perché il suono della campana è ormai forte, anche se sono forse proprio quelli che tirano la fune a non sentirne i rintocchi. O forse perché, come scriveva Olivetti, essa ha voce solo per la parte migliore di noi stessi e troppi, questa parte, l’hanno semplicemente cancellata.

* la citazione, essendo citazione suo malgrado, è ovviamente impropria

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