Controbalzo
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Perché mi piace El Barça

Ma davvero fa così impressione? Anche ieri qualcuno si è sorpreso del mio tifo blaugrana. Mi piace il Barça. Da morire. L’anno scorso, il 29 maggio, il solito gruppo di amiche social-impegnate mi aveva piazzato la prima di uno spettacolo teatrale di un’altra amica comune.. «Non se ne parla nemmeno», ho detto io. «Perché?». «Perché c’è la finale di Champions!». Mi hanno guardata come un’extraterrestre. Eppure, è così. Un po’ di tifo dovrebbero imparare a farlo anche le femmine. È un luogo emotivo generoso di indulgenze e molto incline a un certo permissivismo. Il tifo (ci) perdona. Certo, io scelgo il Barça perché è més que un club. E perché, per dirla tuta, l’appellativo Real non l’ha mai voluto. È un’icona della partecipazione popolare, dello sport concepito come educazione alla vita, del senso del noi che vince sull’individualismo, e il suo presidente se lo elegge per suffragio universale. In fondo, il Barça fa molto di più che vincere. Ed è per questo che piace, a me e ad altre molte donne. Lo guardi e ti dimentichi persino la valanga di soldi che ci sta dietro. Vedi solo i campioni cresciuti nella cantera e hai ancora l’illusione (ma sì, concediamoci l’illusione) che lo facciamo per la gioia del bel calcio, perché in gioco non c’è un titolo o una coppa, ma il carattere di una squadra che fino all’anno corso si rifiutava di mettere loghi di sponsor sulla propria maglia. Ci sono cose che non hanno prezzo, e una di queste è la passione. Da quest’anno, sul davanti della maglia ci sta la scritta Qatar Foundation, mente sul retro resta la scritta Unicef. Ma appunto, il tifo è indulgenza. Lì, in quegli attimi in cui ci si meraviglia per il talento altrui, per un dono ricevuto che fa del corpo umano un miracolo di equilibri, forse abbracceresti anche il tuo peggior nemico. Ed è per questo che ti piace. Anche a me.

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