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Piantare un albero per cambiare il mondo

“Noi piantiamo gli alberi e gli alberi piantano noi, poiché apparteniamo gli uni agli altri e dobbiamo esistere insieme” diceva Joseph Beuys, che della piantumazione fece la sua difesa artistica della natura e dell’uomo. E oggi che piantare gli alberi è una necessità, che il loro contributo al raffrescamento del clima delle metropoli, alla rimozione degli inquinanti e persino al benessere sociale della cittadinanza, è noto (Mantova ospiterà il primo forum mondiale sulle foreste urbane dal 28 novembre al 1 dicembre, titolo Cambiare la natura delle città: il ruolo della selvicoltura urbana per un futuro più verde, sano e felice per tutti), tutte le grandi capitali europee, da Parigi a Londra, stanno abbracciando il sogno della riforestazione. A Milano, il Fiume Verde proposto dall’architetto Stefano Boeri (nella foto di apertura lo Scalo Farini) per collegare in un sistema di continuo di parchi, boschi, frutteti e giardini, i sette scali ferroviari dismessi, promette di assorbire 50 mila tonnellate di CO2 e produrre due mila tonnellate di ossigeno, con 300 tonnellate all’anno di inquinanti abbattuti.

È un albero che smette di essere semplice decoro urbano e che diventa cura per le degenerazioni della modernità, presenza attiva nel nostro habitat. Del resto, come scrive Francesco Ferrini, docente di arboricoltura urbana all’Università di Firenze, nella prefazione al nuovo libro manifesto di Francis Hallé Ci vuole un albero per salvare la città (qui l’intervista): “La bellezza di una pianta non sta solamente nell’armonica distribuzione delle forme e dei colori, ma anche nell’interagire con l’animo umano”. Ed è questa interazione, questa semina reciproca, che oggi è sotto i riflettori, invitandoci a una nuova consapevolezza, su chi siamo noi, e su chi sono loro, gli alberi. «Il crollo delle ideologie del Novecento ha lasciato spazio a nuove forme di coscienza che hanno rinfocolato una spiritualità personale e un ritorno, talvolta generico, alla natura. La parola “rinascere” è usata come un mantra, ma bisogna anche considerare che tutte le grandi questioni che l’umanità si trova ad affrontare, dal clima alle migrazioni, dal benessere sociale a quello psicofisico, passano per l’ambiente. L’ambiente è al centro di ogni movimento».

Parole di Tiziano Fratus, scrittore (ultimo il suo Il bosco è un mondo per Einaudi), dendrologo, che dell’ascolto degli alberi e della Natura ha fatto una pratica di meditazione e di vita, la dendrosofia appunto. «Da sempre, alcune forme di sapere di consapevolezza profonde iniziano con l’andare per i boschi quasi a consegnarsi nelle mani della Natura. Oggi grazie a studi scientifici le nostre conoscenze sul mondo vegetale si sono ampliate. Sappiamo che sono dotati di intelligenza, che comunicano tra loro, che sono capaci di adattarsi al cambiamento». Gli alberi sono esempi straordinari di resilienza come pochi altri esseri viventi: «In Sardegna, a Luras, c’è un olivastro selvatico di quasi tre mila anni. Non è enorme, ma quando ci si avvicina, la sua esistenza secolare si percepisce con forza» conclude Fratus. Che, sulla storia degli alberi mescolata a quella “maggiore” degli uomini, sta terminando una sorta di atlante che descrive, una ad una, le grandi sequoie millenarie della California, con le vicende di chi le ha piantate, salvate, sfruttate, e gli eventi a cui hanno fatto ombra. Dieci anni di ricerche (il libro vedrà la luce nel 2019 per Bompiani) per raccontare la presenza silenziosa di un testimone eccellente della storia dell’umanità, l’albero. Quell’albero che forse abbiamo imparato a guardare in modo diverso ché, come dice Francis Hallé, «non esiste nessuna tecnologia, neppure la più sofisticata, che raggiunge la sua complessità e perfezione».

Articolo già pubblicato su Repubblica del 15 settembre 2018

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