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Piccoli maker crescono

[Pubblicato su Style Piccoli/CorrieredellaSera marzo 2015] La missione è chiara: costruire una scuola sulla luna. E non si può affidare a tutti. Diciamo che essere bambini, sempre pronti a sperimentare e a galoppare con la fantasia, aiuta. Chi, se non loro, potrebbe ricreare lo spazio infinito su un foglio blu cosparso di sassolini bianchi? Far partire un razzo da un prato assolato e poi inventare i rumori dell’atterraggio stropicciando foglie e sbattendo i rami su un albero da frutto? Chi, se non una banda di ragazzini e ragazzine dai 7 ai 14 anni, con il più grande a smanettare sul computer e la più piccola a dare istruzioni su come risolvere quel fastidioso problema della gravità, potrebbe trasformare tutta l’avventura in un video in 3D, e pure in un’applicazione per iPad, con tanto di personaggi e giochi inventati da loro? «Dai ai bambini una motivazione e degli strumenti che sanno utilizzare quasi meglio dei genitori, e metteranno in campo tutte le loro risorse per raggiungere l’obiettivo». Chi parla è Giulia Franchin, da cinque anni coordinatrice delle attività per nativi digitali alla Digital Accademia di Roncade. Qui, in un casolare ristrutturato nella campagna trevigiana, tra orti e ampi portici, dove la H-Farm aiuta la trasformazione delle aziende in un’ottica digitale, i bambini passano i pomeriggi (o le settimane estive) a divertirsi con corsi di elettronica, robotica, informatica, video e animazione 3D…

È il nuovo modo di pensare il tempo extrascolastico. Non più solo danza, basket e arti marziali, ma anche attività ludo-didattiche capaci di colmare, almeno in parte, alcune carenze scolastiche. Imparare a programmare (coding), costruire un rapporto attivo con le tecnologie (il famoso “Non comprare il prossimo videogioco a tuo figlio, insegnagli a programmarlo” di Barack Obama), usare le proprie mani per allenare la mente alla logica e al problem solving, sono ormai considerate da molti genitori competenze necessarie per non “restare indietro” nel mondo di domani. Al FabLab for Kids di Torino per esempio, costola under 12 di una delle più importanti officine digitali italiane, si insegna la così detta cultura maker. Bambini e bambine che riproducono sistemi solari usando stampanti 3D e tagli laser, che costruiscono circuiti elettrici come se fosse un Lego, e che soprattutto scoprono che è sbagliando che si impara, che un prototipo non funzionante insegna molte più cose di un oggetto perfetto. Ad aiutare Massimo Potì, nel FabLab for kids torinese, c’è Christian, 8 anni e ormai un assistente qualificato nel taglio dei materiali. «La creatività dei bambini mi stupisce sempre» dice Massimo. «Tu gli dai dei pezzi di legno curvi per costruire un uovo di dinosauro, e loro li trasformano in barche, culle, case. Non vedono l’ora di oltrepassare la regola che tu gli hai indicato per creare qualcosa di nuovo». Insomma, non c’è nulla di più eccitante che il divertimento della scoperta.

I risultati si vedono: se a Torino non riescono a far fronte alle richieste nonostante l’aumento costante di laboratori, basta provare a iscrivere i propri figli a un qualsiasi CoderDojo per accorgersi che i posti si esauriscono nei primi 60 secondi. Il Museo delle Scienze di Trento ha appena dato il via a laboratori domenicali in cui si gioca con le STEM (acronimo inglese per indicare discipline come scienze, tecnologia, ingegneria, matematica): inchiostri conduttivi per disegnare a mano libera circuiti elettronici su carta; little bits colorati per imparare a montare dimmer, potenziometri, magneti e alimentatori; scribbling machine per creare oggetti che muovendosi disegnano autonomamente. E come il Museo della Scienza e della Tecnica di Milano, anche il MUSE sta puntando molto sul tinkering. «Ci siamo appassionati a questo approccio conosciuto all’Exploratorium di San Francisco e che mette al centro dell’apprendimento il “fare”, l’esperienza manuale», dice il fisico e curatore del museo trentino David Tombolato.

È la filosofia “learning by doing” che sostituisce un po’ il vecchio detto “giocando si impara”, e sul tavolo infatti, non ci sono fogli e istruzioni, ma cannucce colorate da agganciare con connettori di plastica colorata per realizzare forme a piacimento. «Toccare con mano gli stessi strumenti, talvolta considerati persino pericolosi che usano “i grandi” è per i bambini fonte di grande curiosità e divertimento» dice Assia Hassanein del WeDo Fab Lab di Borgomanero. Qui, oltre a workshop di fabbricazione digitale, ragazzi e ragazze passano il tempo in falegnameria. «Trapani, martelli, seghe: non vedono l’ora di usarli al pari di computer e iPad, ed è sorprendente il modo in cui, anche in gruppi di 10 o 15, riescono a auto organizzarsi e responsabilizzarsi». Il WeDo Fab Lab di Borgomanero è all’interno di una struttura che comprende un ristorante per famiglie, un asilo nido, una scuola materna montessoriana, una di musica e una di fumetto: una sorta di centro culturale in cui i bambini sono costantemente stimolati. Accompagnati da genitori a volte ignari di questo oscuro mondo digitale, se ne escono con calamite, orologi a cucù, piccoli robot realizzati usando tutte le macchine che hanno a disposizione: stampanti 3D, frese, schede Arduino, plotter da taglio per vinile e adesivi, macchine da cucire industriali per camere d’aria e la gomma, termopresse e strumenti per la serigrafia… insomma, meglio di un Luna Park!

A Roma, il parco giochi tecnologico è alla Luiss EnLabs, dove CodemotionKids organizza corsi di programmazione, robotica, elettronica e arti digitali. A Milano, oltre all’esperienza di Coderkids che da questa primavera si amplierà con dei laboratori di robotica, la new entry si chiama Goto10, dal nome dato all’istruzione fondamentale del BASIC (Beginner’s All-purpose Symbolic Instruction Code), il codice di programmazione per principianti nato alla metà degli anni Sessanta. «Oltre ai ragazzi, abbiamo pensato anche ai genitori, offrendo loro corsi e seminari per accompagnare i figli a immergersi in modo consapevole e in sicurezza nell’universo digitale » spiegano i tre fondatori Angelo Sala, Massimo Fubini e Andrea Aparo von Flüe. Un modo per colmare quel gap tra nativi e immigrati digitali e per costruire, intorno alle nuove tecnologie, un mondo comune. Perché, alla fine, divertirsi insieme fa crescere meglio.

 

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