Me.
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più notizie e meno scuse

Era depresso. Senza lavoro. Oberato dai debiti. Triste perché era stato lasciato. Esasperato perché non poteva vedre i suoi figli. Reso cieco da una lite furiosa. Da un raptus. I media, siano essi carta stampata, radio o televisione, hanno lo stesso modo per parlare di femminicidio (non sono certo la prima a dirlo, vedi, per esempio, il lavoro di Michela Murgia). Cominciano dall’autore del delitto, e ne descrivono la motivazione. Di per sé, già un errore giornalistico c’è: perché una dichiarazione così affrettata è una supposizione, e non un fatto. Ma tant’è. L’ansia del cronista nel trovare quella che a tutti gli effetti sembra un’attenuante sembra un riflesso incondizionato. Con tanto di nota pietistica per quell’assassino che magari è stato lui stesso a chiamare la Polizia e che sembra già un pentito…  Qualche esempio? dall’Ansa di oggi: «tra i due sarebbe sorto un diverbio per futili motivi. Dalle parole ai fatti il passo è stato breve. Quando Perrotta si è reso conto di avere commesso un gesto inconsulto ha cercato di rianimare la compagna e poi ha chiamato i soccorsi ma per la donna non c’era più nulla da fare. I vicini li descrivono come una coppia tranquilla. Nella palazzina di via Leonardo da Vinci abitavano da un paio d’anni…». Da La Stampa: del 2 maggio: «.. Tanti litigi, finchè lui era stato messo fuori casa, aveva tentato un suicidio e, dopo il ricovero al Carle, era tornato a vivere da lei. L’altra sera, l’ennesima lite. Ninotto l’ha aggredita e strangolata a mani nude. È stato lo stesso Ninotto ad avvertire i carabinieri, telefonando al 112, pochi minuti dopo aver commesso l’omicidio. Ho fatto un guaio, l’ho strangolata, ha detto, al telefono. L’hanno trovato seduto, di fronte al cadavere della donna nel salotto di casa..».  E cito a memoria dal Tg3 del 27 aprile: «il ragazzo era sotto cocaina e che lui ha ammesso di aver fatto una fesseria…». Non serve un esperto in scienze della comunicazione per capire che c’è qualcosa che non va. Che la sparizione della donna, tra le righe della trama del delitto, equivalga alla rimozione del delitto stesso. Non serve un espero per capire che questo tipo di informazione soffre del retaggio di una cultura machista: ma ricordate il post sul Quarto potere maschile di qualche mese fa? Già allora si era parlato di necessità di regole comuni e condivise tra i generi. Già allora si accennava a esperienze europee che, per andare incontro a esigenze di comunicazione sempre più complesse e sempre più sensibili, qualche problema di opportunità e dell’uso della parola se lo sono posto. Perché dire che l’informazioni così com’è va bene, che non servono codici, non solo è anacronistico, ma è una negazione della realtà. Esiste un Codice etico per la stampa in caso di femminicidio  che tiene conto di altre esperienze come il codice pubblicato da Zero Tolerance in Inghilterra. Esiste, vi invito a leggerlo e a divulgarlo. Soprattutto considerando che un codice etico non è utile tanto ai e alle giornaliste, quanto ai lettori e alle lettrici che hanno il diritto di ricevere un’infomazione adeguata e non distorta da pregiudizi o schemi culturali arcaici. Forse è questo che si dovrebbero domandare i professionisti dell’informazione: davvero abbiamo tutte la parole per descrivere un femminicidio? Credo che sia necessario un atto di umiltà da parte di chi ha il compito di dare notizie, il che vorrebbe anche significare rispetto verso uno scempio e un dolore che, davvero, di atti di presuzione, professionali o meno, non ha bisogno.

2 Comments

  1. MMR says

    Molto interessante grazie… vi seguirò su twitter per essere aggiornata dei vostri contributi!

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