Donne
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Il potere della bellezza

Non che sia una novità. Già Aristotele ci istruiva su come il nostro aspetto fosse il miglior biglietto da visita che abbiamo a disposizione. Ancor prima di aprir bocca, ci si conosce con lo sguardo, gli atteggiamenti, lo stile. Quel che però negli ultimi anni ha fatto saltare la mosca al naso è che qualcuno sia riuscito a dare un valore economico a queste qualità genetiche. «Il fatto che si riesca a quantificare e misurare il potere della bellezza sposta la questione dal piano privato a quello sociale» dice Francesco Daveri, docente di politica economica all’Università Cattolica a Piacenza e autore della prefazione dell’ormai bibbia della pulchronomics (termine con cui si designa l’economia della bellezza) scritta da Daniel Hamermesh La bellezza paga. Tutti i vantaggi dell’essere attraenti appena pubblicata in una nuova edizione (Egea). «Se, tolti tutti i possibili fattori di discriminazione, rimane ancora una differenza nei salari, e questa è imputabile al good looking, allora si può parlare del valore economico della bellezza e anche, non meno importante, del danno che, a parità di competenze, avrebbero le persone dall’aspetto meno gradevole» continua Daveri.

Per ricordare i numeri, secondo gli studi di Hamermesh, le persone avvenenti guadagnano il cinque per cento in più della media, quelle esteticamente meno attrezzate, il dieci in meno. Ma, come al solito, per le donne le cose si complicano. Se infatti sembrano meno penalizzate nei guadagni quando considerate “bruttine”, giudicate piacenti devono confrontarsi con lo stereotipo per cui essere belle corrisponda necessariamente a dubbie capacità. E se Daveri obbietta che la discriminazione in ambito lavorativo per le donne è così complessa da non potere essere ridotta a questo elemento, l’esperienza delle cose di mondo qualcosa invece ci dice. Ci dice, per esempio, che il potere della bellezza, al contrario della sentenza senza appello dell’antesignana del femminismo Mary Wollstonecraft, che nel 1792 dichiarava che la beltà è per il genere femminile una sorta di prigione, sta proprio in quell’ambiguità tra uso e abuso del proprio corpo e il sacrosanto diritto di esprimersi anche attraverso la propria fisicità. Cosa di fatto non così semplice. Quando il giornalista e scrittore Thomas Wiseman disse che la recitazione di Anna Magnani era così intensa da farci dimenticare che non era proprio bellissima, ma che il complimento più grande andava fatto a Sofia Loren perché la sua recitazione era così perfetta che da farci dimenticare che era, lei invece, bellissima, ammetteva in pratica che la bellezza paga per tutti, uomini e donne, ma per le donne paga di più se esse si mantengono dentro il ruolo predestinato. Altrimenti, rischia di essere una complicazione. Anni dopo, fu Virna Lisi a confessare che per recitare parti migliori doveva imbruttirsi, mentre Charlize Theron ingrassò trenta chili e si autoprodusse il film Monster (titolo indicativo) per dimostrare che sapeva essere un’attrice drammatica.

E a ben vedere, anche in politica per le donne la bellezza è un’arma a doppio taglio. Fu Vanessa Friedman, dal suo blog sul New York Times On the Runway, a parlare per prima della “merkelizzazione” dei look femminili: abiti sempre uguali, senza fronzoli o colori eccessivi, che erano la strategia migliore per evitare che l’attenzione si concentrasse sull’aspetto invece che sui contenuti. Un modo come un altro, dopo tutto, per usare l’aspetto a proprio vantaggio. «Se si pensa al good looking come la cura della propria persona, come la capacità di esaltare le proprie qualità, non è scandaloso considerare l’aspetto estetico una soft skill. Perché se è vero che nella bellezza non c’è merito, sapersi presentare nel modo giusto è una competenza reale» conclude Daveri. Che poi è quello che hanno affermato tempo fa Margaret Neale e Peter Belmi della Graduate School of Business di Stanford. Secondo i due ricercatori, chi pensa di essere attraente si percepisce, e viene percepito, di una classe sociale superiore tanto da modificare anche le gerarchie all’interno dei luoghi di lavoro. Una pettinatura sbagliata, dice Belmi, potrebbe persino rovinare l’intera settimana o un colloquio professionale… Non disperate però, esiste in noi, come suggerisce Emanuele Arielli nel suo Farsi Piacere (Cortina ed.), nelle librerie in questi giorni, un’innata capacità di piegare le nostre preferenze e i nostri gusti rispetto agli occhi comuni. Sappiamo ciò che piace, sappiamo come farcelo piacere, e di conseguenza farci piacere dagli altri. Non è piaggeria, bensì una darwiniana strategia di sopravvivenza. Sarà per questo che, in anni di recessione, l’industria della bellezza ha continuato a macinare fatturati. Secondo gli ultimi report di MarketResearch.com, il mercato Usa entro il 2018 crescerà ancora del 3,8 per cento arrivando a un fatturato di 126 miliardi di dollari entro il 2019. Come dire, nulla di frivolo sotto il sole e davanti lo specchio.

Schermata 2016-03-17 alle 16.04.45Articolo pubblicato su Gioia! n. 11 del 2016.

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