Controbalzo, Donne
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Il potere? Questione di allenamento

[Articolo pubblicato su Gioia! numero 38 del 2 0tt0bre 2014] Diceva la maratoneta britannica Paula Jane Radcliffe, campionessa del mondo nel 2005 e primatista mondiale, che il segreto di un vittoria sta nel non porsi limiti, nello spingersi oltre i sogni e nel ridere un sacco. In poche parole, nel piacere della competizione. In ogni campo. Ora, se c’è un posto dove si impara questa attitudine, questo non è un corso di leadership al femminile, ma la palestra. O meglio ancora, il campo da basket, il ring o la pedana da scherma. A dirlo sono molti studi statistici: le ragazze che praticano sport di squadra si laureano e trovano lavoro con più facilità, arrivano prime nelle posizioni di vertice e hanno compensi maggiori. Mica è una gara… si dirà. No, però è bene sapere che quando il Comitato Olimpico Internazionale cominciò a pensare all’Athlete Career Programme per chi, terminata la carriera sportiva, voleva entrare nel mondo del lavoro, scoprì, non senza sorpresa, che le donne atlete davano prova di una marcia in più anche in azienda.

«Le ragazze che fanno sport sono abituate a lavorare in team e per obiettivi, senza contare che per anni si sono allenate a prendere decisioni sotto stress: tutte caratteristiche del comportamento potenziate fin da giovanissime e utili per migliorare i risultati scolastici». Le parole sono di Diana Bianchedi, medico sportivo, ex schermitrice, ex vicepresidente Coni (ora presiede la Commissione Benemerenze), Bianchedi è stata la prima donna eletta nel massimo esecutivo sportivo nazionale: «L’influenza della pratica sportiva sulla realizzazione di sé è una consapevolezza acquisita all’estero. Nel nostro Paese invece, a partire dalla scuola primaria, lo sport è marginale. Si pensi alla scelta dell’attività per le bambine: quasi mai si guarda alle attitudini individuali, mentre a volte manca del tutto la conoscenza di ciò che serve veramente allo sviluppo psicofisico delle ragazze. Così si tende a scegliere per loro sport privi di contatto fisico quando è proprio la femmina che avrebbe bisogno di un confronto personale con l’altro. Sono gli sport situazionali poi, quelli che presentano contesti diversi di volta in volta, i migliori attrezzi per sviluppare le capacità decisionali».

Insomma, tennis, discipline di combattimento, scherma, basket e tutti gli sport di squadra in genere: questa è la vera palestra del female power. Ma anche di una sana accettazione di sé e del proprio corpo se è vero che, mentre davanti a scuola ci si guarda l’un l’altra, in palestra ognuna è accolta per le diverse caratteristiche fisiche: la più piccola e più scattante, quella con qualche chilo in più, ma più potente. Purtroppo, e nonostante i successi in rosa dello sport tricolore (da Tania Cagnotto, a Francesca Dallapè e Federica Pellegrini e poi Sara Errani, Roberta Vinci solo per fare nomi di vittorie recenti), i numeri della pratica sportiva al femminile rimangono insufficienti. Secondo gli ultimi dati Coni, nonostante un aumento della partecipazione, le donne che praticano sport sono il 24 per cento con un gap, che non sembra diminuire, di 12 punti percentuali rispetto agli uomini. Quelle che scendono in campo poi, prediligono nell’ordine: ginnastica, nuoto, danza e discipline orientali (dati Uisp)…

C’è chi, ricordando la Carta Europea dei Diritti delle Donne nello Sport, lamenta un eccessivo tasso di testosterone persino nel linguaggio del giornalismo sportivo, e chi non manca di far notare che, mentre il mondo del Rugby incorona come CEO di England Rugby 2015, Debbie Jevans, già regista dei Giochi di Londra 2012; mentre le donne aumentano negli stadi e persino negli spogliatoi (si pensi a Helena Costa, già allenatrice della Nazionale femminile di Qatar e Iran, o a Corinne Diacre che l’ha sostituita sulla panchina del Clermont, squadra della serie B francese), l’Italia resta, ostinatamente, indietro. Si corre contro la violenza, si va in bicicletta per sostenere la nazionale femminile di ciclismo afgana che, tra mille difficoltà, vuole gareggiare alle Olimpiadi 2020 in Giappone, ma nel quotidiano siamo ai blocchi di partenza. E se lo sport è una metafora della vita, allora è perfetta una frase di Martina Navrátilová: chi ha detto che non è importante vincere o perdere, probabilmente ha perso.

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