Donne
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Power dress. L’abito del potere

[Pubblicato su Gioia! 23 ottobre 2014] She dresses to win! Era il giugno 2008, il titolo era del New York Times, e “she” era Michelle Obama che, da lì qualche mese, sarebbe diventata la nuova first lady degli Stati Uniti d’America. Chissà cosa avrà pensato Naomi Wolf, neo-femminista e autrice di saggi bibbia come Il mito della bellezza e Vagina. Una storia culturale (Mondadori): lei che alle lusinghe della moda ha sempre imputato la costruzione di quella “trappola della bellezza” che teneva le donne vincolate a un ideale voluto, guarda caso, dai maschi. E che oggi, invece, con tutti i media a fare il tifo per il female power, si ritrova una moda celebrata non come dittatrice, bensì come strumento usato dalle stesse donne per esprimere il loro nuovo potere “sul” e “nel” mondo. Più di qualcosa è cambiato, di fatto, da quando Yves Saint Laurent – agosto 1966 – presentò la sua prima versione di Le Smoking nel suo quartier generale di Avenue Marceau. Poi ci furono le donne in carriera degli anni Ottanta che allargavano le spalline alle giacche dei loro tailleur pantalone per affermare la propria autorità, e l’uniforme rigorosa e chic che faceva l’occhiolino ai look filogovernativi, stile Prada anni Novanta. Guardaroba passati. Oggi, parafrasando quel che dichiarava Katherine Hammett già una decina di anni fa, non è necessario sembrare un uomo per aver successo. Anzi.

Come dimostrano le venticinque donne al comando, dall’architetta anglo irachena Zaha Hadid alla sindaca di Parigi Anne Hidalgo fino a Wei Sun Christianson, CEO di Morgan Stanley Asia, invitate a spiegare il loro power dressing nella mostra Woman Fashion Power organizzata dal London Design Museum, la moda non solo non è una distrazione frivola, ma uno degli strumenti più efficaci per comunicare il proprio progetto e idea di leadership. L’abito rappresenta insomma, e ci rappresenta, o, per dirlo nei termini più accademici usati da Elizabeth Wilson, visiting professor al London College of Fashion, è la prova tangibile che la presentazione del sé è cosa che riguarda strettamente il potere. Lo sapeva Margareth Thatcher quando, nel febbraio del 1975, prima donna nella storia a essere eletta a capo del Partito Conservatore in Inghilterra, scelse di indossare un tailleur celeste di Mansfield, il marchio creato da un certo Frank Russel, figlio di un sarto, quasi eroe di guerra e perfetto esempio di uomo-che-si-è-fatto-da-sé, diventato poi King of coat. Insomma, tutto very, very british. E lo sanno, oggi, da Angela Merkel a Kate Middleton, che si fanno vanto di riciclare gli stessi abiti per più occasioni, che mescolano outfit low budget a grandi firme (la duchessa di Cambridge almeno), e che rivendicano la sponsorizzazione di giovani stilisti emergenti.

Sempre la solita Michelle Obama, nel suo primo discorso natalizio da first lady, indossò un abito simbolo dell’emancipazione femminile: il wrap dress che Diane Von Fürstenberg ridisegnò (Elsa Schiaparelli, inventrice del rosa shocking, ne aveva già creato uno negli anni Trenta) nel 1972 ispirata, disse lei, dal divorzio e dall’entusiasmo figlio della nuova libertà sessuale. Un abito morbido, che liberava una volta per tutte dalle costrizioni di corsetti e rigidi reggiseni, un abito del quotidiano, e che anche Anne Hidalgo, la prima donna di Parigi, può sfoggiare nelle foto ufficiali. Ma la varietà degli stili delle donne di successo ci dice anche che sono ormai diversi gli ambiti in cui si esprime il potere femminile. Oltre la politica, ci sono l’economia, la cultura, lo spettacolo, i media. Con la conseguenza che non esiste un unico dress code per il potere, ma tanti stili quante sono le donne che in esso intendono esprimersi. Perché la scelta dell’abito è, affermano i curatori della mostra Colin McDowell e Donna Loveday, un vero e proprio progetto di empowerment.

Diventa espressione di potere la libertà di indossare le sneakers al lavoro e i tacchi a spillo con suola carrarmato. Diventa potere l’esibizione del colore, come il viola di Wei Sun Christiansen e i fluo di Pearl Lam, o la fede al nero minimalista delle galleriste e architette di grido. Diventa espressione di potere scegliere, infine, di non essere tutte uguali. Di fuggire dall’anonimato e dall’uniformità del dress code. E soprattutto da quel controllo del corpo nascosto da impalcature mortificanti, veli e feticci compresi. La moda in fondo cambia, le donne restano.

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