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promossi e bocciati

È stata confermata la bocciatura dei cinque bambini di prima elementare di una scuola di Pontremoli, che è poi un piccolo paese di 7000 abitanti nella Toscana meno conosciuta. Due bimbi italiani (tra cui un disabile) e tre stranieri che non sanno leggere, né far di conto, si legge nelle motivazioni. Cinque bambini sui 58 che frequentavano le due classi prime (da 29 ciascuna quindi), cinque bambini che nell’età in cui più hanno bisogno di essere attesi e accuditi, sono stati rispediti al mittente. Devo dire che, nella rassegna stampa, ho trovato ben espressi le ragioni della bocciatura, ma non ho trovato traccia del giudizio sull’operato della Scuola e degli insegnanti. Questa certo non è una notizia da prima pagina, ma è la spia di un modo tutto italiano di rincorrere, almeno nella facciata, il merito. Dell’inutilità, e soprattutto dell’inefficacia, delle bocciature aveva già parlato la ricerca dell’Ocse e non voglio quindi tornarci su. Dò per scontato che la cultura della paura e della punizione abbia già dimostrato le sue falle e che gli spauracchi del sei politico siano stati metabolizzati e digeriti. Siamo entrati nell’era della modernità: quella, per intenderci, che valuta l’efficienza scolastica dalla sua capacità di dare a generazioni di alunni e studenti gli strumenti idonei per affrontare il presente. Anche a quelli meno dotati e fortunati, anzi, soprattutto a quelli meno dotati e fortunati, perché saranno loro che, se rispediti al mittente, saranno un costo maggiore per la società. Potremmo bocciarli certo, ma sarà impossibile ignorarli e dimenticarsi di loro, almeno questo ricordiamocelo. Eppure, persino in qualche genitore, serpeggia questa impazienza del giudizio sommario, del bisogno narcisistico dell’approvazione del proprio figlio in contrasto al fallimento, che deve essere ben chiaro, del compagno. A volte ho l’impressione che la Scuola, sollecitata da questa cultura falsamente meritocratica dell’ultima ora, si accomodi con un certo godimento in questa arena: è l’ultimo atto di una Scuola che sta perdendo anche l’ultimo barlume di autorevolezza e risponde quindi, urlando, con quel che le resta di autorità. E contro dei bambini di 6 anni, già palesemente in difficoltà, è fin troppo facile. I soli ad essersi lamentati sono i genitori dei cinque piccoli protagonisti: possibile che anche gli altri non si siano accorti che una Scuola che non riesce a dare gli strumenti base a tutti è una cattiva Scuola? Possibile che non sappiamo che si impara anche dalle mancanze, dagli sbagli, dalle attese… e che forse, anche in questo caso, non esiste un merito, ma ne esistono tanti? Si sono chiesti per che cosa vale la pena di lamentarsi? Per il “disturbo” dato da un bambino che rimane indietro o per un insegnante in più che gli consenta di stare e restare nel suo posto, e cioè integrato nella comunità? E se volevano dimostrare che questi sono il risultato di una Scuola senza mezzi con classi pollaio, dovevano farlo attraverso i bambini? Eppure noi viviamo in un Paese in cui una certa Maria Montessori diceva: «Una prova della correttezza del nostro agire educativo è la felicità del bambino». Molte scuole pubbliche nel mondo, poche in Italia, hanno messo in pratica questo metodo. Noi lo ritiriamo fuori solo quando dobbiamo parlare a manager stressati dalla competizione e prigionieri del pensiero verticale o per vantarci che sta all’origine di Amazon, Google o Wikipedia. Per il resto, cresciuti nel tifo da stadio, non sappiamo far altro che fare delle lavagne dove elencare i buoni e i cattivi, i promossi e i bocciati, senza per altro dare a tutti, e in egual misura, la possibilità di vederla la lavagna e neppure di assicurare che questa regola vale davvero, e non per un’estemporanea dimostrazione di forza. Perché la riconoscenza del merito non è il risultato finale, ma un lungo e condiviso processo di giustizia che passa, ahimé, anche attraverso il rispetto reciproco e la consapevolezza del ruolo che ci è stato dato. Dopo di che, ben vengano le bocciature: anche degli insegnanti però.

2 Comments

  1. Anonymous says

    come si fa ad insegnare in prima a 29 bambini??? Qui in Quebec per legge in prima non ci possono essere più di 20. Se poi si considera che uno era disabile e due stranieri e quindi con maggiori difficoltà di inserimento e apprendimento allora l'Italia deve riflettere sul modo in cui vuole educare la sua prole. A cosa serve bocciarli? tanto il prossimo anno avranno le stesse difficoltà…

  2. MMR says

    Ho fatto un giro da quelle parti. Si dice che la Scuola aveva iniziato il suo contenzioso con il Ministero dell'istruzione proprio per queste classi sovra-dimensionate e senza insegnanti di sostegno. Ma, ora che i bambini sono stati bocciati, le classi sono tornate ad un numero accettabile, il problema si è risolto “da solo” e il ricorso è stato ritirato… La vicenda si commenta da sola e con una preoccupante equazione: problema=bambini.

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