Adolescentia
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Undici. Del punire (a scuola) e altri luoghi

Una volta, si obbediva per paura. Paura di un paio di ceffoni, di una sonora sgridata e di alcune punizioni. Ci si levava in piedi quando il professore o la professoressa entrava, non si alzava la voce e stavi sicuro che un quattro o una nota non erano foriere di comprensione e complicità familiare, ma di una ferrea alleanza tra scuola e genitori. Oggi, invece, il genitore evoluto pretende che le regole stabilite vengano rispettate per amore. Per amore pretendiamo di essere ascoltati, rispettati, seguiti. Non che il ricatto affettivo sia più debole di quello del terrore, ma di fatto è il risultato dell’evoluzioni dei costumi e noi, ragionevolmente e giustamente, ci vantiamo di aver radialmente modificato, nel giro di una o due generazioni, il rapporto tra adulti e giovanissimi. Eppure qualche modo per punire chi non rispetta le regole bisogna pur trovarlo. Se non altro, per dare una prima mano sul che cosa sia il senso civico e il vivere insieme.

Personalmente, dopo aver condiviso alcune regole (uso e tempo dei vari device, chi fa cosa e come, linguaggio), se le stesse non vengono rispettate, procedo a quello che chiamo al ripristino dell’anno zero, ovvero allo stato delle cose prima che alcuni benefit della crescita venissero concessi. Come dire, ti ho dato la patente, ma se non sei in grado di gestire la macchina, prendiamo altre lezioni di guida e poi vediamo come va… Funziona? A volte. Altre mi sembra che l’undicenne si adegui alla punizione con la stessa partecipazione emotiva con cui si adegua alle regole e, semplicemente, aspetti che il tempo passi e che l’anno zero ritorni all’anno uno. Si procede, insomma, per tentativi ed errori, senza mai apparentemente fare un passo avanti e con una guerra fredda per vedere chi si sfinisce prima (io, sarà dura…).

Ma, oltre i confini familiari, c’è la scuola. Con mia grande sorpresa, ché credevo che certi metodi fossero superati, ho scoperto che a scuola, uno dei metodi più battuti per punire chi non risponde alle regole scolastiche, dai compiti non fatti al chiasso durante la lezione, è aumentare il carico di lavoro. Più poesie da studiare, più esercizi di matematica, più letture. In pratica, si punisce con lo studio. D’altra parte, mi è stato detto con naturalezza, «Che strumenti noi abbiamo per punire se non la didattica?». Non ho riposto perché, in vero, io non ho risposte. Posso certo pontificare sulla condivisone delle regole, sui migliaia di studi che dimostrano che un bambino interessato è anche un bambino più attento, che se vogliono far odiare la scuola e il sapere certo, questa è la strada più efficace: punire con lo studio. Eppure, credetemi, questa è la prassi più diffusa. L’unica, a quanto pare, che gli stessi genitori comprendono e di cui apprezzano l’efficacia (che anche loro odiavano studiare…), in una scuola in cui gli insegnanti impegnano tutto se stessi per trasmettere valanghe di contenuti e nemmeno un fiocco di neve di amore per la conoscenza.

Questo, devo dire, dai miei tempi non è cambiato. Con lo studio si puniva ieri e si punisce oggi. Divertirsi a scuola, gioire imparando, entusiasmarsi leggendo, sono ossimori. E a quei ragazzi che invece questa incompatibilità non la vedono, a quegli adolescenti affamati e curiosi che si innamorano delle espressioni e vedono la bellezza negli insieme e nell’analisi logica… beh.. quelli si adegueranno. E mai punizione fu più severa e duratura.

Nella foto, The Difficult Lesson (1884) di William-Adolphe Bouguereau (1825-1905).

2 Comments

  1. annabella coiro says

    Chi può dire che ha visto una punizione modificare radicalmente il comportamento dell’individuo a cui è stata inferta? Non ho esperienza di alcuno che abbia mai alzato la mano… dunque l’automatismo e l’abitudine vincono ciecamente l’evidenza….
    Nei casi più illuminati mi chiedo: perché accordare e condividere le regole e non cosa succede se si contravviene alla regola? non sarà il miracolo ma di sicuro è un esperimento interessante per noi ‘adulti dei nostri tempi’, abituati ad un’autorità che non esiste più ma che vive nel cervello limbico di ciascuno di noi 😉

    • Una delle conseguenze poco piacevoli a un comportamento sbagliato è la punizione. Questo non significa alzare le mani, ma io ho usato volutamente il termine punizione perché, in tempi di rapporti narcisisti tra genitori e figli, l’abbiamo sapientemente rimosso. Invece, far capire che a comportamenti sbagliati succedono cose sgradevoli è uno dei nostri compiti da genitori: vietare, porre dei limiti, a volte privare…
      Questo ruolo di contrapposizione ormai ci spaventa tanto che vorremmo limitarlo anche a scuola dove chi si azzarda a punire un ragazzo perché non studia o sfascia un bagno (cose che succedono) viene ripreso dallo stesso genitore. La punizione quindi esiste, è funzionale e forse, non è nemmeno giusto far passare l’idea che tra comportarsi bene o male non ci sia alcuna differenza… (the italian way)…

      Altra cosa è invece, stabilire quali siano i metodi e le punizioni più efficaci, che è poi il tema del post. Perché punire oggi è difficile, noi vogliamo essere amici dei nostri figli, ma siamo sicuri che tutto questo faccia loro bene?? (ci sono libri interessanti sull’ argomento)..

      Quanto alla condivisione, va da sé che se uno condivide le regole condivide anche le conseguenze, ma io non la dipingerei così facile: ci sono età in cui ci si scontra pesantemente, e anche se noi vogliamo illuminare e professorizzare tutto, è la crescita che è così: c’è un o una adolescente, ci sono dei genitori e c’è la voglia di essere diversi da noi. C’est la vie…

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