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Purché sia smart (working)

Chiamatelo come volete. Smart o remote working, lavoro agile o flessibile. Diventato realtà insieme alla legge di Stabilità a fine gennaio scorso prevede che, in accordo con l’azienda, si potrà avere una maggiore libertà nella scelta di luogo e tempi di lavoro, senza il capo che controlli l’orario di uscita ed entrata. In realtà, lo si poteva fare già prima, solo che le norme del vecchio telelavoro erano troppo rigide in termini di sicurezza e deleghe e spesso avevano come amara conseguenza l’allontanamento da ufficio e carriera. Cosa che, assicurano i sostenitori, non succederà con lo smart work. Che, sempre per seguire la narrazione mainstream, avrà il grande vantaggio di favorire una migliore conciliazione tra i tempi della famiglia e del lavoro assicurando produttività e benessere. Tutti più liberi e con più tempo per sé, quindi. Così ti aspetteresti frotte di persone che se ne vanno in palestra o che fanno lievitare il numero di libri letti in un anno e invece scopri, dati alla mano, che la maggior parte del tempo guadagnato risparmiando il tragitto casa ufficio viene passato lavorando. Ed ecco spiegato, si fa per dire, quel 20 per cento di aumento della produttività ipotizzato dall’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano. Il quale dice anche che la flessibilità è di gran moda (e di gran risparmio visto la riduzione dei costi) tra le grandi imprese, che in un anno sono più che raddoppiate, con un 17 per cento che oggi la pratica in modo strutturato, e un altro 31 che ha iniziato o inizierà.

In ogni caso, i lavoratori, equamente distribuiti tra uomini e donne, sembrano entusiasti. «Abbiamo attivato la sperimentazione il 5 marzo 2015 con 1000 persone e ora siamo a 3000 aderenti, con 2600 dipendenti che lo fanno in modo continuativo» dice Patrizia Ordasso, responsabile dei rapporti industriali di Intesa Sanpaolo, la banca che da gennaio 2016, terminata la sperimentazione, ha esteso il lavoro flessibile ad altre strutture. Sono entusiasti e, dai loro racconti, estremamente performanti. Come Elena S., lavoratrice agile per una casa farmaceutica: «Stando a casa la conciliazione è più facile. Posso accogliere la mia piccola dopo il nido e metterla io a nanna. Posso ritagliarmi un momento, magari saltando il pranzo, e andare in piscina a vedere mio figlio più grande. Preparare la cena al posto di mio marito. Posso caricare la lavatrice durante una call di lavoro, riordinare velocemente le stanze prima di iniziare la giornata o avviare la cena inviando le ultime email». O come Fabrizio P., che invece lavora in banca a Roma e che dice che per lui è stato un toccasana visto che «in questo modo posso accompagnare all’asilo le mie due figlie di 5 e 3 anni. E usare la pausa pranzo per andare a correre al parco. Unico accorgimento, non lavorare a casa quando c’è mia moglie anche lei smart worker». Verrebbe quasi da pensare che alla fine, agili o meno, rigidi o flessibili, sia impossibile uscire dalla logica del multitasking e del doppio ruolo. E che quindi sia quasi un sollievo che le “giornate smart” non siano poi in realtà così tante.

Da Sanofi, azienda leader nella salute, è un giorno alla settimana; in IntesaSanPaolo, sono massimo otto giorni al mese da casa e, anche se in hub non sono posti limiti, la media in pratica rimane la stessa; da ABB, azienda che fornisce tecnologie per energia e automazione, la possibilità di essere smart riguarda due giorni al mese e, come sottolinea Antonella Burgio responsabile del progetto Lavoro Agile@ABB, «con una precisa volontà di non connotarlo come un supporto alla condizione lavorativa femminile, ma per tutti, uomini e donne». Che poi, off the record, è proprio quello che temono i manager delle aziende quando leggono racconti entusiasti sulla possibilità di adempiere ai propri compiti sugli spalti del campo di calcetto durante l’allenamento del figlio… Anche perché, ed è cosa documentata, ogni lavoro va svolto con la massima concentrazione e il multitasking diminuisce le prestazioni. Ora poi arrivano anche i risultati di uno studio di tre ricercatori dell’Università del South Florida e di New York su persone che lavoravano da casa per almeno un giorno al mese. Ebbene, questi dicono che lo stress guadagnato a casa si perde poi nella difficoltà di gestire la fusione tra lo spazio della famiglia e quello del lavoro, finendo di sovraccaricarsi di altre incombenze.

«È un rischio concreto ed è giusto parlarne» dice Alessia Mosca. «Ma i tempi di assimilazione della legge nella cultura del lavoro sono più lunghi di quelli parlamentari. D’altra parte, nato come battaglia per le donne, e spesso a torto raccontato come tale, oggi è lo smart working è uno strumento di tutti, mentre le ricerche dimostrano come la differenza nelle esigenze di conciliazione sia più generazionale che di genere. Ci sono realtà dove tutto questo già funziona, come Germania o Svezia. Perché noi non dovremmo riuscirci?». Forse perché, al contrario del nord d’Europa, in Italia alle donne spettano 22 ore in più la settimana di lavori domestici rispetto ai loro compagni maschi. E perché, come dice Arianna Visentini, Ceo di Variazioni ed esperta di work life balance: «Non è la legge in sé a garantire un migliore equilibrio vita lavoro: saranno invece le modalità con cui la utilizzeremo a determinarne il successo». Come dire che forse uno dei modi più intelligenti per usarlo è quello di Daniele R., buyer, che evitando i vari spostamenti riesce sì a risparmiare quattro ore, ma che, anche solo per rapportarsi con i colleghi, a casa rispetta l’orario canonico. E niente e mail dopo le 9 di sera. Che sia questa la vera rivoluzione?

Articolo pubblicato su Gioia! n. 7 del 2016.Schermata 2016-02-25 alle 16.17.46

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