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Qualcosa in comune…

Sarà la comune del XXI secolo. Il Patrick Henry Village alla periferia di Heidelberg, fiorente cittadina industriale del Baden-Württemberg nota per accogliere, oltre alla più antica università tedesca, tra i più prestigiosi istituti di ricerca al mondo come il Max Planck e l’European Molecular Biology Laboratory, diventerà un inno architettonico alla cultura della condivisione, alla sharing culture insomma, con tutto il portato economico e sociale che si tira dietro. «Le comuni sono sempre state il luogo ideale per sperimentare pratiche e comportamenti lungimiranti, ma oggi l’idea della comune ha preso significati nuovi grazie alle dinamiche della Rete. Non sono soltanto gli spazi a essere condivisi, ma soprattutto i servizi, le idee. Perché la comune contemporanea non è più una comunità chiusa su se stessa, bensì un luogo inclusivo che sa dialogare con il resto della città e della società. Un luogo in cui le relazioni si formano in modo dinamico, sia nello spazio fisico che in quello digitale». Parole di Carlo Ratti, docente presso il Massachusetts Institute of Technology di Boston e socio fondatore del Carlo Ratti Associati, lo studio di architettura che trasformerà questo ex villaggio militare americano costruito nei primi anni Cinquanta e dismesso nel 2013, in un centro per il co-living, il co-working e il co-making. Ex caserme, scuole, negozi, strutture ricreative che diventeranno alloggi per chi vuole fermarsi per una settimana o tutta la vita, cucine e uffici condivisi, FabLab per l’autoproduzione. Il tutto per una comunità guidata dallo spirito della cooperazione e dell’integrazione. Ma l’edificio simbolo, dice Ratti, sarà il Maker Palace, uno spazio-sperimentazione dall’architettura open source, attrezzato con gru e pareti mobili che saranno gli abitanti stessi a costruire e cambiare adattandolo alle funzioni del momento.

Avevano ragione gli hippy?

Vista da qui, con i suoi 45 anni di reiterate utopie, forse anche per il recente obbligo di adeguarsi alle normative edilizie vigenti e i dieci milioni di euro che gli abitanti stanno pagando per mantenere il diritto di residenza, anche la città libera e autogestita di Christiania a Copenaghen, mostra i segni del tempo. Eppure, qualcosa di quell’ideale vagamente hippy, di quel gioioso desiderio di abolire la proprietà individuale, sopravvive anche nelle spinte più innovative della contemporaneità. Noi che ormai condividiamo case e barche, che speriamo che qualcuno ci parcheggi l’auto (una a caso) il più possibile vicino a casa, che cerchiamo su un’app biciclette e passaggi a disposizione; noi che siamo entrati, consapevoli o meno, in quella che già Jeremy Rifkin chiamava, dal titolo di un suo famoso libro, l’“era dell’accesso”. È così che condividere, e la prima condivisione di fatto è quella emotiva, intellettuale, dello stile di vita, è diventata una condizione necessaria del vivere d’oggi.

L’empatia naturale che è in noi

Così come lo è, ne scrive la docente di filosofia morale ed etica dell’ambiente all’Università Statale di Milano Laura Boella ne il libro Un mondo condiviso (Laterza ed.), l’empatia: «L’empatia non è che una presa d’atto di un fatto fondamentale della condizione umana. Attraverso di essa, noi riconosciamo il valore della presenza degli altri esseri umani nel mondo. Un mondo che condividiamo, appunto, in relazione a qualcosa che non è il nostro doppio, ma che è altro da noi, e che è dotato di pensiero, volontà, azione, indipendenti. Ma se è vero che l’empatia, cosa che si può dire dopo la scoperta dei neuroni specchio, è un’abilità naturale del nostro cervello, è anche vero che per attivarla va costantemente scoperta e vissuta». Non stiamo insieme agli altri per caso, insomma. E nemmeno possiamo permetterci di farlo distrattamente. Delusi dai collettivi totalizzanti, dalle grandi ideologie, abbiamo forse capito che per imparare a condividere questo mondo c’è bisogno di qualcosa di più prossimo alla dimensione umana. «Non è un caso che il successo dell’empatia nasca con le crisi della finanza, dell’ecologia, dei popoli, che si succedono dal 2008 in poi. Di fronte a questi eventi globali, le grandi idee rivoluzionarie non hanno avuto più presa. Siamo la generazione più individualistica di sempre e nello stesso tempo, la più connessa. C’era bisogno, per colmare questo contrasto tra scenari planetari ed emozioni coinvolgenti, per ricondurre a sé ciò che sembra incontrollabile dalla nostra volontà, di qualcosa nel “mezzo”. Ecco l’empatia», continua Boella. «E del resto, anche nella sharing economy, se ne sente il bisogno per dare una qualità emozionale, partecipata, a quello che sarebbe un mero servizio. La posta in gioco della cultura della condivisione di fatto è questa: se la prendiamo sul serio, e non la riduciamo a puro scambio economico o funzionale, può diventare esperienza di vita».

Condividere per rinascere

Che poi è quello che raccontano, da sempre, tutti i dati che riguardano le pratiche della condivisione. Dati presentati all’ultima edizione di Sharitaly tenutasi il 15 e il 16 novembre scorso a Milano. «A parole gli italiani sembrano più predisposti a collaborare, ma in realtà, in termine di pratiche e uso di piattaforme, siamo allineati a quel 17 per cento del resto d’Europa», dice Ivana Pais, esperta di sharing economy, reti sociali e comunità digitali, e docente di sociologia economica all’Università Cattolica del Sacro Cuore che, insieme all’associazione Collaboriamo, organizza l’evento. «Dopo aver capito che, se aprire una piattaforma non costa nulla, gestirla invece sì, non assistiamo più al boom degli anni passati, anche se restiamo concentrati su temi sociali e culturali. L’aspetto più interessante però è qualitativo e riguarda l’uso che gli italiani fanno delle pratiche collaborative per uscire da una forte marginalità territoriale. Il caso di Nughedu è tipico. Un piccolo comune sardo in provincia di Oristano che, per attrarre turisti, si è appoggiato a piattaforme già esistenti e solide come Gnammo per organizzare il primo evento di social eating diffuso, con tutti gli abitanti del borgo che hanno preparato piatti tipici e invitato i visitatori nelle loro case». E, per la prima volta, a Sharing Italy si è parlato anche del Dono. «Questo perché ormai anche l’atto del donare implica il restare coinvolti nel progetto, di venire aggiornati, di partecipare una volta raggiunto l’obiettivo. Gli studi ci dicono che chi arriva a condividere un’idea, un obiettivo, lo fa autonomamente, informandosi sui social network; pochissimi vi arrivano leggendo giornali, guardando la televisione o seguendo quello che fanno gli amici, al punto che abbiamo il 22 per cento di chi ha donato denaro che non conosce affatto i progettisti. Insomma la condivisione on line pare si stia muovendo su una propria strada», conclude Pais.

A scuola di umanità

Certo, e bisognerà pur dirlo, chi si avvicina a queste pratiche è ancora quella parte di popolazione con un’istruzione medio alta in grado di capire le potenzialità di un mondo collaborativo, nonché la necessità, urgente, di imparare a condividere questo pianeta. Ma, come ogni volta che ci si appresta ad affrontare grandi sfide, ecco che anche le spinte diametralmente opposte, le chiusure radicali, i confini sempre più alti, i muri sempre più lunghi, sembrano rinascere da ceneri che speravamo sepolte. Così, a cominciare dalle solite scuole danesi, qualcuno ha pensato che ci fosse persino l’esigenza di insegnarla, l’empatia. Che ci fosse bisogno di rendere materia, soft skill come dicono i più competenti, una biologica funzione del cervello. «Sono tutte iniziative lodevoli. Le scuole danesi, il progetto della canadese Mary Gordon, i laboratori di medical humanities per gli studenti della facoltà di medicina… Ma la verità è che la migliore scuola di empatia resta la vita: la famiglia è una scuola di empatia, così come lo è viaggiare, leggere, fare sport insieme ad altri, camminare in montagna, guardare un film e poi discuterne, raccontare e raccontarsi. L’empatia è un’abilità individuale, ma non individualistica, e che nasce, sempre e comunque, in relazione all’altro. Un altro che guardo in faccia, tocco, arrivando a sperimentare anche i miei limiti e le mie difficoltà», conclude Boella. Come dire che, in fondo, essere semplicemente umani resta ancora l’unica soluzione. (Nella foto di apertura un rendering del progetto dello Studio Carlo Ratti).

Articolo pubblicato sul mensile Dove, dicembre 2016.

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