Donne
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Questioni di soldi

«È inutile far giri di parole. Il denaro è, soprattutto per le donne, una questione molto vicina alla propria indipendenza. I soldi sono uno strumento di comunicazione, di investimento su di sé, e consentono di aver voce nelle decisioni familiari. Ancora oggi invece, quando educhiamo i nostri figli, i maschi sono incoraggiato alla spesa, mentre alle femmine si chiede di “risparmiare”, avere cautela. Così, quando leggo che le donne sono meno propense a gestire soldi e investimenti in autonomia, non mi stupisco: in una società come la nostra, che continua a premiare la donna che dà priorità ai bisogni familiari e che si sacrifica per la casa o il futuro della prole, non è che una logica conseguenza». Elisabetta Ruspini, docente sociologia dell’Università Milano-Bicocca, non poteva riassumere meglio il rapporto tra le donne e il denaro. Un rapporto che nasce, come rilevano gli studi della Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio (che per altro ogni anno organizza per le scuole corsi per colmare il gap), dall’età scolare e che poi si riflette nel momento in cui apriamo il nostro conto in banca.

Il sesso del denaro

Peccato che, una volta arrivate in banca, si scopra che i conti correnti italiani sono quasi 40 milioni, ma l’indicazione per genere – guarda caso – non è c’è (dati Abi). E non si tratta di un’informazione di secondaria importanza: avere un conto corrente separato è, secondo chi promuove l’empowerment finanziario al femminile, un passo indispensabile. «Tutti gli studi confermano che le donne, a parità di età, istruzione, classe sociale, hanno una capacità di negoziazione più bassa derivata da una sorta di pregiudizio autoimposto e che la controparte, solitamente maschile, sfrutta. Ma le differenze riguardano anche la propensione al rischio, la lettura di argomenti finanziari, la dimestichezza con logiche di mercato e termini specifici come derivati, hedge fund, futures…» dice Emanuela Rinaldi, ricercatrice di sociologia all’università di Udine esperta di studi di genere e comportamenti finanziari. E per la verità, i dati dicono anche che sono gli istituti bancari a concedere più difficilmente alle donne l’accesso al credito. A loro che, almeno in Lombardia secondo la Camera di Commercio di Milano, sono le più numerose a creare nuove imprese, che si barcamenano tra partite Iva e start up e che quindi, in definitiva, ne avrebbero maggior bisogno.

Quando però Investor Pulse di BlackRock fa un sondaggio sulle abitudini finanziarie coinvolgendo venti Paesi europei, scopre che le italiane si sentono le meno capaci a prendere decisioni a medio e lungo termine; che considerano prioritaria la spesa per i figli, ma non il risparmio destinato alla pensione. Ma davvero non desideriamo di essere capaci di gestire i nostri investimenti? «Le donne sono sensibili a temi come la previdenza e i modi per assicurarsi un buon stile di vita anche nella maturità», dice Debora Rosciani, autrice di Donne di denari. Le strategie vincenti per gestire i tuoi soldi (DeAgostini) e conduttrice, insieme a Nicoletta Carbone, dell’unica trasmissione radiofonica dedicata a benessere e finanza (Cuore e Denari, tutti i giorni alle 10,30 su Radio24). «Ci scrivono chiedendo un check up dei loro portafogli, ma anche per sapere se possono portare in banca delle vecchie lire ritrovate per caso…». E allora, se è così, non resta che imparare.

Come scegliere un portafogli (e non di pelle)

«Bisognerebbe cominciare attuando una correzione di comportamenti e modalità di pensiero acquisite» continua Rinaldi, che sta preparando (uscita a gennaio) una sorta “manuale di consapevolezza” su donne e benessere finanziario. «Alcuni strumenti pensati per le donne, ci sono. Conta sulle donne è per esempio un portale realizzato da Feduf e Adiconsum per promuovere l’educazione finanziaria attraverso giochi e video ed stiamo preparando dei “circoli delle economiste” formati da gruppi di donne che si riuniscono per aiutarsi tra loro. Una sorta di riunioni alla Weight Watchers, gruppi di team working applicati alla finanza secondo un’esperienza che all’estero è già vincente», conclude Rinaldi. E infatti, mentre il governo australiano vara un toolkit per aiutare le donne a gestire le finanze e affrontare gli alti bassi della vita, oltre i confini si moltiplicano i siti creati da esperte di finanza, che le incoraggiano a diventare indipendenti economicamente e gestire il proprio denaro. È il caso delle americane Gogirlfinance.com e Dailyworth.com, o le inglesi savvywoman.co.uk e moneynuggets.co.uk, tutte ribadendo il vecchio adagio di Simone De Beauvoir: le libertà civili rimangono astratte se non sono accompagnate da un’indipendenza economica.

I soldi in tasca

Certo, se di soldi se ne hanno pochi, c’è poco da gestire. E l’ultimo The Global Gender Gap Report 2016 del World Economic Forum pubblicato pochi giorni fa parla chiaro: l’Italia, in termini di partecipazione e opportunità nel mondo del lavoro, è scesa al 117 posto su 144. Lavora, e quindi guadagna, una donne su due (in Sicilia la percentuale scende al 27, dati Istat), e anche quando lo fa, a parità di professione e inquadramento, guadagna quasi l’11 per cento in meno dei colleghi maschi. E non è che le donne non siano in grado di produrre reddito: a livello globale questo ha infatti superato i 15 trilioni di dollari. E come si vede nel film Equity (per ora solo in Inghilterra e Svezia), che la rivista Rolling Stone ha soprannominato “The She-Wolf of Wall Street,” anche le donne possono essere persino come il “lupo” Leonardo DiCaprio. Investitrici ambizione e aggressive per cui i soldi non sono affatto affari sporchi e che se mai si trovano a combattere, a dispetto del loro successo, contro i soliti stereotipi che dicono che il denaro saprebbero solo spenderlo. Se mai, insegnano gli esperti di economia comportamentale, mentre per i maschi il denaro è potere, per le donne è generosità, scambio, promozione. Cosa che, a guardar bene intorno, laddove non diventa negazione di sé, non è poi una cosa così negativa. (Nella foto di apertura, un’opera di Barbara Kruger, You’ve Got Money to Burn, 1987).

Articolo pubblicato su Gioia! 47 del 3 dicembre 2016.

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