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Reggio Emilia fa centro!

Chissà se ora si scrolleranno di dosso quella sorta di senso di inferiorità verso Parma o Bologna. Ora che, il 24 novembre, festa di San Prospero, patrono di Reggio Emilia, quello che per molti è il più grande progetto di rivalutazione urbanistica dal dopoguerra, vede la luce. Un intero isolato (complessivamente 20 mila mq) tra piazza del Monte e il Teatro Valli che comprende, oltre al retro di Palazzo Bussetti recentemente rinnovato e a una parte del seicentesco Palazzo Scaruffi, i vecchi edifici Inps e delle Poste. L’architetto Ivan Sacchetti, che ha curato l’intero progetto, dal recupero delle facciate alla costruzione ex novo delle gallerie, dice che: «La città si riappropria così di uno spazio dimenticato». Nessun stravolgimento stilistico, se mai un richiamo al neoclassicismo della scuola del Marchelli presente in città, e, per tutti, «un nuovo percorso urbano compreso il recupero dell’antica corte dove stava l’ex collegio del Seminario».

Il che significa, in termini turistici, gallerie per lo shopping e quattro piani (che apriranno a primavera 2016) riservati alla gastronomia d’eccellenza con ristoranti, champagneria e pasticcerie; e, in termini più prosaici, un investimento di qualche decina di milioni di euro fatto dall’imprenditore Fulvio Montipò per la sua città. Città che sta oggi raccogliendo i frutti di una sinergia tra pubblico e privato nata anni fa proprio con l’intento di riqualificare il centro storico. Se oggi Reggio Emilia si presenta quindi con carte nuove, compreso il benvenuto della stazione ferroviaria firmata da Santiago Calatrava, è perché, come dice il sindaco Luca Vecchi: «Questo meccanismo virtuoso ha contagiato anche i privati che, autonomamente, stanno realizzando su edifici del Quattrocento e Settecento restauri importanti». È solo l’inizio, quindi. Nei prossimi mesi arriveranno Palazzo del Carbone della famiglia Maramotti (che nell’ex stabilimento Max Mara ha un’importante collezione di arte contemporanea) con al sua ventina di alloggi per gli studenti dell’UNIMORE; l’ex cinema Boiardo; il Teatro Ariosto. Già riaperti al pubblico invece i chiostri di San Pietro, l’ultimo piano dei Musei Civici Comunali riprogettato da Italo Rota e il Mercato Coperto, mentre le piazze, liberate da tempo dalle auto, con la musica nelle panchine, sono diventate location ideale per festival ed eventi.

Perché in fondo, qui siamo nella patria dell’ospitalità, come sta a dimostrare, giusto dall’altra parte di piazza del Monte l’Hotel Posta che ha appena festeggiato, nella vicina Sala del Tricolore, i suoi 500 anni. «Da quando, nel 1515 il Comune autorizza la trasformazione dell’ex Palazzo del capitano del Popolo in una “bona ac capace hostaria” per i viaggiatori che percorrevano la via Emilia, non abbiamo mai chiuso» dice con orgoglio Umberto Sidoli, quarta generazione di quei Terrachini Sidoli che, negli anni Venti, hanno restituito alla città questo palazzo duecentesco privato degli affreschi, delle bifore, e di un salone dove i Capitani del Popolo dipingevano, uno sopra l’altro, i loro stemmi (ancora visibili) da successivi interventi.

Sidoli fa la spola tra qui e l’antica acetaia della tenuta Cavazzone, perché in fondo, chi viene qui – «Tanti americani anche se nelle guide inglesi Reggio Emilia non e nemmeno citata», dice – lo fa per il buon cibo. Che va dalla cucina di Gianni D’Amato, che dopo il terremoto che ha reso inagibile il suo Rigoletto, è stato chiamato dai Maramotti a guidare il Caffè Arti e Mestieri, alla pizza gourmet di Giovanni Mandara, che dalla sua ormai famosa Piccola Piedigrotta pure, con tenacia e genialità emiliana, si è inventato cinque anni fa un pizza truck per portare la sua specialità dalle Grand Cayman alla Costa Azzurra. Fino a Marta Scalabrini che ha rilevato la storica trattoria della Ghiara, ora Marta in Cucina, e che, con i suoi trentanni, propone con occhi nuovi i classici erbazzone, gnocco fritto, anguilla… fino alla riproposta del Subidù, il budino con mosto di uva Ancellotta e dell’Acqua d’Orcio, una bevanda di liquirizia che si beveva in un vecchio bar degli anni Sessanta. Perché, come ha sottolineato lo storico Franco Cardini durante la giornata del cinquecentenario del Posta, la tradizione è una continua invenzione. (Nella foto di apertura il Chiostro grande di San Pietro con la cupola della chiesa, courtesy ©LucaGilli per il Comune di Reggio Emilia).

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Pubblicato su Repubblica il 25 novembre 2015.

Qui il link podcast dell’intervento a Radio Capital del 27 novembre.

 

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