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Ricomincio da me – la guastafeste

In un recente articolo su Forbes, Natalee MacNeil l’ha chiamata una rivoluzione silenziosa. Elvira Serra, sul blog La27esimaOra, ha ricordato invece l’articolo del Sunday Times e il successo delle mumpreneurs, che per altro godono di un network ormai consolidato in quasi tutta Europa. Nei corsi e ricorsi economici, tra riprese e recessioni, l’economia al femminile, torna insomma come se fosse una novità. Come se fosse una notizia la capacità femminile di “tenere botta” nei momenti più tragici della storia: basterebbe pensare all’economia di guerra, quella sostenuta in silenzio dal lavoro femminile, dalla gestione economica delle donne che rimanevano a casa, per capire che la notizia non è poi da prima pagina. Che cosa è in fondo, questa crisi se non una guerra? Si è detto molte volte. Come si è detto che la crescita del lavoro femminile è dovuta al fatto che molte donne, ritrovatesi con il marito a casa, hanno ripreso la via dell’impiego accettando anche lavori dequalificati per loro.

Ma qui si parla di mamme. Di donne soddisfatte e sorridenti (di default) che ricominciano da se stesse. E ce la fanno, pare. In questi gridolini al successo, ci dimentichiamo però al solito di togliere la polvere della retorica. L’abbellimento dell’illusione e delle lecite speranze. A me per esempio, in queste inchieste dai dati così presentati, mancano delle domande. Mi manca per esempio, poiché l’economia al femminile è quasi sempre small business, conoscere le dimensioni di queste imprese. Sapere che tipo di strategia e impatto sul territorio e nella società hanno. Scopriremmo, magari, che sono per lo più piccole, (le imprese femminile di piccole dimensioni in Italia sono sempre state la maggioranza, vedi qui), che raramente vanno al di là di una generazione, e che di fatto non producono alcun riconoscimento sociale di imprenditrice a chi ha fatto, molto e bene e in modo innovativo, impresa. Aggiungo che, molto spesso, le donne che ricominciano da sé, l’hanno fatto perché all’interno del sistema imprenditoriale, il big business, quello dei maschi, non hanno trovato spazio. Anzi, per dirla tutta, da questo sistema sono state estromesse.

La domanda che mi manca, in questo caso, è la seguente: «Se avessero avuto la possibilità di esprimere il loro talento all’interno del sistema, avrebbero davvero intrapreso la strada individuale?». Perché questo è il punto. Non sempre la gioiosa macchina da guerra dell’imprenditoria femminile è una libera scelta. Non sempre appaga, se mai, consola. Certo, io sono una ferma sostenitrice che la rincorsa al successo imbottito di testosterone sia una fonte di infelicità, come sono altresì convinta che in questi “interstizi di possibilità” esiste la strada per creare un nuovo modo di lavorare (l’ho scritto più volte) e anche un nuovo mondo (che poi è la crepa di Coen da cui entra la luce). Ma è indispensabile partire sempre dalla consapevolezza del rifiuto. Dal fatto che, più che cominciato, abbiamo ri-cominciato. E che più di una vincita, molto spesso  si tratterà, almeno in fondo al nostro cuore, di una ri-vincita. Il sapore quindi, non sarà lo stesso. In alcuni casi infatti, sarà persino meglio. Solo, non presentiamolo con le stesse modalità e le stesse categorie di quel sistema da cui siamo uscite, una volta per tutte, davvero.

P.S. Il 1, 2 e 3 ottobre a Torino, l’Associazione Gamma Donna organizza il 5° Salone dell’Imprenditoria femminile e giovanile. Sottotitolo: L’arte di reinventarsi. come rompere gli schemi e riprendersi il futuro.  Buona fortuna!

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