Design, Storie
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Rivoluzione FabLab

[Articolo pubblicato su Sette/CorrieredellaSera il 21 febbraio 2014] Sostiene Norbert Alter, sociologo francese esperto in innovazione e professore all’Università di Paris Dauphine, che l’innovatore è colui che è capace di trasformare una nuova idea in un nuovo comportamento collettivo. Ma l’azione innovatrice è cosa rara e, almeno inizialmente, con una buona dose di irrazionalità, trasgressione e intuizione, più facili da trovare in chi sta ai margini, e non in vetta, alle gerarchie di imprese o università. Il caso vuole che, mentre Alter scriveva i suoi libri su les innovateurs du quotidien, a Boston, il professor Neil Gershenfeld del Massachusetts Institute of Technology (MIT), scopriva con quale entusiasmo, oltre ai suoi soliti studenti di fisica e di informatica, artisti, architetti e ingegneri, si presentassero al corso How to make (almost) anything. Era il 2002, anno di nascita del primo Fabrication Laboratory, laboratorio di fabbricazione digitale, o più familiarmente FabLab, ovvero uno spazio in cui un semplice file si trasforma in un oggetto grazie all’uso, aperto a tutti, di stampanti 3D, frese a controllo numerico e tagli laser. Raccontato così, il fenomeno FabLab potrebbe essere letto come una sorta di avanzata delle botteghe degli artigiani 2.0 e, secondo quanto scrive lo stesso Gershenfeld in Fab. Dal personal computer al personal fabricator (Codice ed.), lo è. In realtà, quello che sta succedendo attorno a questi aggregatori di idee e persone è qualcosa di più profondo e sta, appunto, molto vicino alla nostra capacità di fare innovazione. Secondo Massimo Menichinelli per esempio, 33 anni, ligure, docente di Open Design alla Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana di Lugano e di Fabbricazione Digitale alla Aalto University, nonché cofondatore del FabLab di Helsinki e dell’ultimo nato in casa Muse, a Trento: «FabLab è il luogo della democratizzazione delle tecnologie. Il luogo dove, più che gli strumenti costosi di ultima generazione, sono importanti quelli accessibili e facili da usare anche da chi non ha formazione specifica». E se al secondo piano del museo trentino, bambini e ragazzi delle scuole impareranno a ragionare in modo digitale e a costruire, pezzo per pezzo, una società sostenibile, negli spazi offerti dall’università finlandese, sono le start up delle giovani imprese a presentarsi per fare prototipi a basso costo. La cosa più interessante che sta infatti avvenendo all’interno di questi centri di ricerca e prototipazione rapida informali è la connessione tra innovazione e vocazioni produttive del territorio. Non che qualcuno non ci avesse pensato. Dopo che Obama ha chiesto di investire un miliardo di dollari per la creazione di una rete di 15 manifatture digitali, il governo britannico ha stanziato 7 milioni di sterline nella ricerca e sviluppo dei progetti finalizzati alla stampa 3D per trasformare lo stesso settore. E così hanno fatto Israele e Singapore. «È una tendenza» continua Menichinelli «sostenuta da una parte dall’aumento del costo del lavoro cinese, dall’altra dalla crescita a due cifre del mercato delle stampanti 3D.

Gli ultimi report ci dicono comunque che la manifattura sta tornando negli Stati Uniti e che questo sarebbe il momento giusto, invece di cedere alle eccessive aspettative riposte nelle nuove tecnologie, di scrivere nuove policy per quella che è considerata da alcuni (Chris Anderson in primis, in Makers. Il ritorno dei produttori, Rizzoli Etas, ndr) una nuova rivoluzione industriale». Ma è una tendenza anche sostenuta dalla necessità, da parte delle piccole medie aziende, di fare innovazione a basso costo. Il FabLab di Reggio Emilia, nato dall’idea di un architetto che ha girato il mondo occupandosi di smart city, Francesco Bombardi, e diventato uno dei più importanti in Italia grazie al finanziamento di Reggio Emilia Innovazione, nei prossimi raddoppierà i propri spazi trasferendosi nel Tecnopolo della città. Così, mentre nello Spazio Gerra di piazza XXV aprile rimarrà un punto di incontro a servizio della comunità emiliana, nei nuovi capannoni il FabLab si concentrerà nella formazione e nella collaborazione con le imprese. «Li chiamiamo Challenge e sono quattro giornate in cui invitiamo la nostra comunità di maker e creativi a confrontarsi con un problema produttivo. C’è stata un’azienda che ci ha chiesto di collaborare al design di una macchina del caffè per cui aveva brevettato un sistema di riscaldamento dell’acqua: il ragazzo che ha coordinato il gruppo di lavoro ora lavora là come disegnatore. Ma stiamo studiando anche un’applicazione per spazzaneve intelligenti che rilevi il lavoro di chi vuole partecipare alla pulizia delle strade, mentre altri ci hanno chiesto di pensare a un orto digitale in cui la crescita delle piante possa essere controllata da remoto». Viene da chiedersi se il FabLab sia una delle strade da percorrere per rendere di nuovo competitiva la manifattura del nostro Paese. Quella che non dispone di laboratori di prototipazione pura, né di figure professionali qualificate per la ricerca. Il FabLab come urban factory quindi, in grado di intercettare e mettere in rete talenti e creare innovazione in modo leggero e a basso costo. Senz’altro, la Fondazione Make in Italy Cdb Onlus, tenuta a battesimo pochi giorni fa da Massimo Banzi, Carlo De Benedetti e Riccardo Luna, nasce per questo, aiutando la crescita dei FabLab in Italia e con essi il “fare digitale” made in Italy.

E se la leggerezza è indispensabile alle piccole medie e imprese, la contaminazione e la visione laterale data dall’interdisciplinarietà sono vitali per le grandi aziende. In Francia, Airbus, il Gruppo Seb e Renault, l’anno passato hanno aperto al loro interno un FabLab: hanno capito che la ricerca va fatta in un mondo aperto e meno gerarchizzato. E che bisogna riportare al centro la concretezza: «il FabLab riduce la distanza tra l’idea e la realtà» dice Karim Houni, project manager della multinazionale francese che, giusto per favorire la discussione anche tra chi non fa parte del suo team, ha piazzato una stampante 3D nel corridoio. «Succede anche in Italia» dice Carmelo de Maria del FabLab di Pisa. «Io faccio ricerca per l’Università e vedo ogni giorno come sia difficile, all’interno di grandi istituzioni, stare al passo con i tempi: il FabLab può essere l’avanguardia tecnologica alla portata di tutti». Luigi Cerfega per esempio, nel FabLab ha progettato un elettroencefalografo in open source. Questo vuol dire che ha preso la base del progetto in Rete, lo ha migliorato, quindi, dopo averci fatto una tesi di laurea, lo ha condiviso di nuovo, ovvero ha reso possibile che il suo caschetto in grado di carpire, grazie ad elettrodi, gli impulsi celebrali per trasmettere a qualsiasi strumento comandi basic come apri o chiudi, possa essere riprodotto con un semplice clic in tutti i FabLab del mondo. La condivisione totale di ogni conoscenza acquisita è nel Dna di ogni FabLab. È il suo, molto spesso ineludibile, approccio etico che, per ammissione dello stesso Bombardi, a volte fa storcere il naso alle aziende che si avvicinano a questo modo di fare innovazione. Eppure invenzione è collaborazione. Il FabLab di Torino è la casa di Arduino, una scheda elettronica inventata a Ivrea che consente di creare vari dispositivi elettronici e che ognuno può scaricare liberamente insieme a tutti i progetti realizzati con esso, e, per metà, anche di Zoe Romano che, con workshop a Lugano e a Berlino, sta studiando tessuti intelligenti dotati di sensori capaci, per esempio, di misurare il battito del cuore o il benessere emotivo. Laureata in filosofia con un master di scienza e tecnologia dei media, è la madrina di un progetto di moda collaborativa (openwear.org) e a Milano, dove da pochi mesi il fisico e storico della scienza Massimo Temporelli, sotto l’ala della Fondazione Mike, ha aperto il FabLab Bovisa, inaugurerà un maker space. «Si differenzia da un FabLab», spiega, «perché non riceve finanziamenti da alcuna istituzione pubblica, ma funziona solo con i contributi della community che riesce ad aggregare». È questa, per la verità, secondo lo stesso Menichinelli, la caratteristica dei FabLab italiani: iniziative nate dal basso e spesso lontane, al contrario di quello che succede nel resto d’Europa, da Università e istituzioni. Un gap che forse bisognerebbe colmare visto che per aprire un FabLab che abbia un impatto reale si parla di un investimento intorno ai 200 mila euro. «Stiamo lavorando a un modello di FabLab da poche decine di migliaia di euro, ma in questo modo è difficile mettere a disposizione macchine di grandi dimensioni come le frese a controllo numerico che, contrariamente a quanto si crede, sono le macchine più importanti», conclude Menichinelli. Qualunque sia la strada, se il 2013 è stato, in Italia, l’anno dell’esplosione e nascita dei FabLab, quello che ci attende sarà l’anno della verità. Dove si capirà se i FabLab potranno, come succede in altri Paesi, essere motore di innovazione e costruire un solido rapporto con istituzioni e imprese. E senza perdere di serendipità, ovvero quella imperscrutabile combinazione del caso che arricchisce ogni competenza e ogni sguardo. Certamente, il nostro futuro.

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